IL GRANDE FRATELLO TI GUARDA

La tracciabilità informatica per combattere il virus a breve sarà cosa fatta. Ma sapremo gestirla nell’interesse dei diritti inalienabili dei cittadini? In altri casi alcuni problemi informatici nascondevano interessi privati in danno di milioni di utenze. Usato male il sistema potrebbe diventare un malevolo strumento di regime.

L’emergenza pandemica sembra abbia dato il via libera alla tracciabilità informatica della singola persona. Entro il 15 aprile i governi degli stati membri UE dovranno fornire delle linee guida sul funzionamento dell’app adibite a monitorare la diffusione del virus. L’Unione si avvia dunque verso una sorta di copia del modello cinese (ma un tempo non erano i cinesi che ci copiavano?), seppur non sia ancora ben chiaro se l’utilizzo delle applicazioni informatiche saranno vincolate al Qr-code. In quel caso dovranno essere dislocati nei luoghi di maggior aggregazione come fermate del bus, metropolitane, stazioni ferroviarie e piazzole dei pullman, appositi spazi tecnici dove elaborare lo screening del codice e informare così le autorità competenti degli avvenuti spostamenti. Un procedimento che nasconde forti contraddizioni per quanto riguarda il lato etico e le normative sulla privacy. Ad ammetterlo è stato proprio Wojciech Wiewiórowski, Garante europeo della protezione dei dati (GEPD) dal dicembre del 2019.

“…È impossibile che il tracciamento della persona singola – ha confessato Wiewiórowski – resti anonimo anche se necessario per un monitoraggio efficace della diffusione del Coronavirus: per questo bisogna affrontare la questione con la legge sulla protezione dei dati personali (GDPR)…”.                                                                

Ma siamo sicuri che questa sia la scelta più saggia? L’impossibilità di mantenere l’anonimato potrebbe ledere in maniera pericolosa i diritti civili del cittadino fornendo alle autorità di gestione del servizio un continuo report sui movimenti di ciascuno di noi. Metodo che va bene per le indagini mafiose ma un po’ meno per il tracciamento della passeggiata o dell’uscita fuori porta per le persone per bene. Non molto tempo fa un colosso informatico quale Facebook, aveva subito un attacco virtuale a uno dei suoi database che gli era costato la perdita di migliaia e migliaia di dati sensibili e la diffusione di questi stessi online.

Allo stesso tempo non possiamo non ricordare il Datagate, così come ribattezzato da The Guardian e il Washington Post. Lo scandalo portato allo scoperto una raccolta indiscriminata di tabulati telefonici di milioni di utenze statunitensi, ottenuti con la complicità dell’azienda di telecomunicazioni Verizon, senza l’autorizzazione di alcun giudice.

Wojciech Wiewiórowski

Proprio Edward Snowden, la “talpa” americana che aveva fatto esplodere il cosiddetto Datagate, spifferava particolari inquietanti:

“…Le aziende che fanno denaro collezionando e vendendo dati dettagliati della vita privata delle persone una volta erano semplicemente chiamate ‘aziende di sorveglianza’. Il fatto che abbiano optato per un rebranding in ‘social media’ è l’inganno di maggiore successo da quando il dipartimento della Guerra è diventato dipartimento della Difesa…”.

Sarà così anche stavolta? Pensiamo di no ma il timore rimane. Dunque non solo implicazioni etiche poichè l’utilizzo di tali app potrebbero essere strumentalizzate da chiunque ne abbia interesse (politici, istituzioni, servizi di intelligence e non solo) per fini elettorali, propagandistici, di controllo e sorveglianza. Il celebre scandalo della Cambridge Analitiyca, tramite il quale aziende di consulenza e di marketing online furono assoldate per targettizzare le campagne politiche per la Brexit e per la corsa presidenziale di Donald Trump, potrebbe diventare un pallido ricordo rispetto alle possibili implicazioni future. La possibilità di legalizzare il controllo globale degli spostamenti individuali da parte di alcuni governi democraticamente più deboli – pensiamo all’attuale situazione ungherese – potrebbe avere ripercussioni sociali irreversibili.

Edward Snowden

Anche perché proprio l’Unione Europea attualmente non offre nessuna sicurezza per controbilanciare il potere che otterrebbero “certi” governi.

“…Tutti i Paesi Ue – aggiungeva Wiewiórowski – siano consapevoli che i dati raccolti potranno essere usati solo per lo scopo di contrastare la diffusione del Coronavirus e le autorità non possono utilizzarli per cose che non abbiano a che fare con questo. (…) Spero che le autorità per la protezione dei dati siano coinvolte in ogni singolo passaggio per assicurare che queste misure siano temporanee e prese solo per questo scopo. Devono durare solo il tempo necessario e fino alla fine della crisi…”.

Tante speranze e poche certezze, prassi che ormai sembra diventata quella più consolidata nei palazzi di Bruxelles. Se nella lotta contro la pandemia sembra apparire una luce nel fondo del tunnel, dall’altra siamo messi davvero male per quanto attiene il rispetto dei diritti sociali e individuali. Dentro il tunnel, in questo caso, è buio pesto.

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