Mappando 130 genomi di figli di sopravvissuti alla catastrofe di Chernobyl e comparati con gruppi di controllo non sottoposti a radiazioni, ne è stata individuata l’ereditarietà.
Chernobyl, un bilancio sanitario non del tutto chiaro. Ore 1:23 del 26 aprile 1986, una data rimasta indelebile nella memoria collettiva. Quella notte si verificò il più grave incidente nucleare della storia. Il reattore numero 4 della centrale nucleare ucraina esplose durante un test di sicurezza non riuscito, rilasciando una massiccia nube radioattiva sull’Europa e causando un’immediata catastrofe ambientale e umanitaria.
L’evento ha provocato numerose vittime, malattie a lungo termine e contaminazione ambientale, oltre a segnare profondamente la percezione pubblica del nucleare. Ancora oggi viene ricordato con la Giornata internazionale in commemorazione del disastro. Malgrado siano trascorsi 40 anni il rendiconto sanitario è ancora incerto. In seguito al disastro intere aree geografiche furono contaminate da un’estesa nube radioattiva e evacuate migliaia di persone.
Gli effetti più pericolosi furono le sindromi acute da radiazioni, di cui furono vittime i lavoratori della centrale e i soccorritori, con una trentina di morti accertate sopraggiunte entro 24-48 ore per disorientamento, convulsioni, coma e collasso cardiovascolare. Ma gli effetti più subdoli si sono manifestati negli anni con la crescita dei tumori della tiroide e delle leucemie, come ha registrato l’Istituto Superiore di Sanità.
Si è molto discusso nella comunità scientifica delle possibili ereditarietà dovute alle mutazioni genetiche provocate dalle radiazioni. Una ricerca apparsa nel 2021 su Science, una rivista statunitense tra le più prestigiose e citate a livello globale, ha mappato il genoma di gruppi familiari di almeno 3 persone, padre/madre/figlio, entro 70 chilometri dalla zona dell’incidente. Sono state analizzate le mutazioni non ereditarie, quelle, cioè, che non sono state attraversate dalla selezione naturale.
Le nuove mutazioni sono risultate molto basse sia negli adulti che nei bambini. Questo dato potrebbe indicare che anche radiazioni alte potrebbero non essere trasmissibili alle generazioni successive. Questo studio è stato sconfessato da una ricerca dell’Università di Bonn, Germania, diffusa da “Scientific Report”, rivista scientifica che si interessa di biologia, chimica, fisica, scienze della terra e medicina.

Ebbene mappando 130 genomi di figli di sopravvissuti alla catastrofe e comparati con gruppi di controllo non sottoposti a radiazioni, ne è stata individuata l’ereditarietà. Le mutazioni tra generazioni sono risultati simili a quelle identificate nei sopravvissuti di Hiroshima. Questo, non significa, però, che ci sia un pericolo per la salute, in quanto si tratterebbe di mutazioni del Dna non codificante, quindi sarebbe bassa la probabilità di trasmettere patologie.
Anche nel nostro Paese è stata effettuata un’indagine sul tema a cura di Matilde Giaccherini e Joanna Kopinska. Lo studio ha rilevato un aumento dei casi di tumori, disordini tiroidei, aborti spontanei e nati morti nelle donne esposte in utero o durante la prima infanzia. E’ stata riscontrata la contaminazione radioattiva tra le diverse zone italiane, confermando che l’incidente ha lasciato un’eredità sanitaria riscontrabile decenni dopo.
Nello studio è emerso, inoltre, come il contesto socio-economico abbia inciso sul danno sanitario. Infatti nelle aree a bassa scolarizzazione e ad economia agricola si è verificato un’elevata difficoltà per adeguarsi alle limitazioni alimentari (non usare latte o verdure), anche per una bassa cognizione del tema.
Poiché oltre a Chernobyl si è verificato anche Fukushima, il disastro nucleare del 2011, non sarebbe ora di smetterla col nucleare? Antonio Zarra