I NUOVI CITTADINI ITALIANI

Boccea è un quartiere situato nella zona Nord di Roma. Facente parte dell’amministrazione del 18° Municipio conta circa 8000 mila residenti. Negli ultimi anni il forte flusso migratorio ha trasformato la borgata in un agglomerato multietnico e multireligioso.

Boccea è un quartiere situato nella zona Nord di Roma. Facente parte dell’amministrazione del 18° Municipio conta circa 8000 mila residenti. Negli ultimi anni il forte flusso migratorio ha trasformato la borgata in un agglomerato multietnico e multireligioso, rendendo la diversità un profilo caratteristico del quartiere. Per le strade di Boccea, infatti, ad aleggiare sotto il naso della popolazione non è più soltanto il profumo di pizza e di supplì. Kebab, Falafel e altri piatti tipici di tutto il mondo hanno resto l’offerta culinaria nettamente più vasta e interessante.

Come nella maggior parte delle periferie anche qui le nuove generazioni pagano il prezzo di una politica sempre più distante dalla comprensione dei reali problemi percepiti dalla popolazione. La disoccupazione dilagante tra i più giovani e la conseguente esclusione di molti ragazzi dal diritto allo studio, nonché i problemi abitativi, hanno gettato il seme per una disparita sociale che vede nella cosiddetta guerra tra poveri il suo successo più importante. La frustrazione di molti cittadini ha di fatto identificato nel diverso la radice di tutti i mali, creando delle barriere culturali e innalzando dei muri psicologici che causano gravi menomazioni al senso d’appartenenza. Chi nasce in Italia, ad esempio, dovrebbe essere inevitabilmente considerato cittadino italiano.

Attendere 18 anni per ottenere un diritto dovuto può causare nella psicologia del ragazzo un senso di subalternità nei confronti dei suoi coetanei, capace di insediare nella mente dei giovani italiani non italiani idee confuse e l’identificazione come apolide, o più semplicemente come cittadino di serie b. Non è un caso che molti dei terroristi appartenenti all’ISIS delle cellule britanniche e francesi fossero nati proprio nelle periferie delle grandi città delle suddette nazioni. Proprio quel senso di non appartenenza, di fatto, ha accresciuto il sentimento di rancore verso una popolazione che in tutte le maniere dimostra la non uguaglianza e la disparità, provocando nella psiche di molti un senso di rivalsa che trova nel fondamentalismo islamico il suo più becero adempimento. Spesso siamo noi stessi a fomentare l’odio, a creare pregiudizi, seguendo una retorica che non solo è dannosa alla collettività, ma che, ancor peggio, distoglie l’attenzione dai veri disagi ed assolve i reali colpevoli. È sempre troppo facile fare i forti con i deboli e chinare la testa davanti ai potenti. Il problema non è l’apolide, ma la mancanza di certezze, di un futuro per tutti i giovani, italiani o meno che siano. La retorica populista delle destre sta progressivamente colonizzando le menti dei giovani e giovanissimi di periferia, che sfogano la loro rabbia sociale sul diverso, compromettendo enormemente il percorso d’integrazione.

Laila è una ragazza di 25 anni nata a Roma, precisamente a Boccea. Frequenta giurisprudenza presso l’Università di Roma Tre e le mancano due esami per conseguire la laurea. Ha i capelli ricci Laila, lunghi fino al collo e neri come la pece. La pelle olivastra. Potrebbe sembrare una divinità dell’antica Grecia o una fimmina siciliana, di quelle che aspettano sotto il sole il marito che torna dai campi e nel mentre cantano canzoni tradizionali ai figli sotto l’ombra di una vigorosa quercia. Invece è romana, figlia di due lavoratori tunisini arrivati in Italia circa 15 anni fa. Il padre, Hassad, è un pizzaiolo e lavora in un ristorante al centro. Proprio davanti l’ingresso della pizzeria campeggia una lavagna pubblicitaria che recita “Qui la vera pizza Italiana.”  È ironico pensare che la pizza fatta da Hassad è considerata come la vera pizza italiana mente sua figlia, nata e concepita nel Bel Paese, non lo è stata per 18 anni.

“La prima volta che ho sentito la parola apolide ero piccola, facevo le elementari, e pensavo che fosse una malattia. Ero affetta da un malanno che non riuscivo neanche a pronunciare. Con il passare del tempo ho capito che ad essere malati erano gli altri, quelli che mi consideravano diversa. Ricordo che una volta alcuni bambini mi dissero che mia madre portava il velo perché in realtà aveva i pidocchi. Erano stati i genitori a dirlo. Qualche anno fa, invece, sull’autobus verso casa una signora cercò di togliere il velo dalla testa di mia madre gridando che in Italia i terroristi non dovevano venire e che l’unica religione è il Cristianesimo. Crescere in questa maniera sviluppa nella mente dei ragazzi un fortissimo senso d’impotenza e di rabbia. Molti mei amici tunisini sono stati portati a odiare, come dei cani in gabbia istigati alla violenza. Io sono nata in Italia e mi sento italiana e lo ero anche prima di compiere i 18 anni, a prescindere dalla legge.  Come molti altri ragazzi ho dovuto subire una quantità di insulti in maniera totalmente gratuita, una volta mi dissero che cucinavamo in maniera speziata per coprire la puzza che emanavamo visto che nella nostra nazione non esistevano i profumi. Però la mia nazione è l’Italia. Ormai sono abituata a tutto questo. Ne parlo spesso con il mio fidanzato e ci facciamo delle grasse risate. Nella fase adolescenziale, però, ho dovuto effettuare molte rinunce. Mi sarebbe piaciuto fare lo scambio culturale di sei mesi durante le scuole, ma non ho avuto la possibilità per la questione della cittadinanza, così come ho dovuto fare molte rinunce nel campo sportivo. A volte penso che siano proprio le leggi a istigare l’odio e che con un mutamento legislativo si potrebbe ridurre significativamente il fenomeno del razzismo.” 

Laila ha uno sguardo fiero, un forte accento romano e la voglia di conquistare il proprio futuro. È consapevole che la lotta per la piena acquisizione del diritto di cittadinanza sarà lunga, ma è dalla parte della ragione. Laila non ha paura.

 

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