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G… DI GENOVA

ci sarà bisogno di rifugiarsi nella diminuzione della quantità insulsa di parole ormai mediocremente ammonticchiate, di affievolire il rumore, di ritrovarsi nell’interiorità, nella solidità e la Genova operosa, profonda, intelligente suo malgrado, questo rappresenta

Per la lettera G non ci possono essere dubbi: G come Genova, inevitabilmente. E non perché io abito e vivo a Genova e nemmeno perché una nostalgica retorica mi porta al ritratto oleografico di una città che fu. Io vi propongo un ripensamento sulla città di Genova semplicemente perché lo ritengo un dovere etico, perché “Genova” finisce per essere un vocabolo di quelli perduti e che io velleitariamente penso di trasformare in parole ritrovate, perché Genova lo merita e poi perché “Genova, per noi, non è un’idea come un’altra”.

Va da sé che questa affermazione non vuole essere in contrasto con quell’emozionante, penetrante, amatissimo ritratto che ne ha fatto Paolo Conte, ma, anzi, se ne avvale per precisare qualcosa che non posso dire sia diventato lontano nel tempo, ma, piuttosto, che sia sconosciuto persino a chi nasce in questa città. Parlo della “genovesità” che Genova, capoluogo della Regione Liguria, Genova, più grande porto d’Italia, Genova costruttrice di navi e di uomini di ogni mare, imprime giorno dopo giorno come un conio, come un logo in chi la vive senza che questi ne abbia coscienza fintanto che un giorno, dopo essere stato giovane, dopo aver vissuto, dopo aver conosciuto altro, si rende conto che lui/lei ha potuto essere stato esattamente chi è stato, aver realizzato esattamente ciò per cui è stato considerato perché… genovese.

Noi, mentre cresciamo a Genova, mentre ci sentiamo limitati dalle sue strade che somigliano più ad una condanna della viabilità che a percorsi indispensabili, noi, mentre lasciamo Genova perché altrove tutto è più facile, noi mentre torniamo a Genova forse sì o forse no, capiamo che senza di lei non saremmo stati… noi. È per quel mare su cui si affaccia, al culmine di quel Mediterraneo che diventa italiano, così poco turistico e così tanto commerciale-industriale, così infinito che nessuna linea d’orizzonte (infinita anch’essa) può racchiuderlo, ma che è sogno perché ti apre le vie della mente proprio come tiene aperte le rotte, che è involontariamente voglia inesauribile di conoscenza, che è conforto perché l’azzurro è il colore dell’anima, il primo colore che riconosciamo e che ci rassicura, che è avventura, perché qualsiasi provocazione, qualsiasi desiderio di sfida non ha spazio più idoneo delle sue onde. E’ per l’angustia delle sue vie così ristrette, così disagevoli, così buie da generare l’equivoco che siano povere ad uno sguardo superficiale, da sembrare di non essersi difesa dai Saraceni, ma di esserne diventata parte, da far pensare di voler essere città d’Oriente perché l’incontro non poteva essere bastevole.

E’ per quel nero dell’ardesia che a mala pena si trasforma nel grigio e che va a confondersi con la pioggia quando l’avvolge, che la penetra, come solo le pietre da costruzione sanno invadere gli edifici e la vita che contengono, e che non è mai tristezza, ma austerità. Genova è un invito alla “Litania”, ma io qui la interrompo perchè è sulla parola austerità = sobrietà che può cominciare un altro tipo di riflessione.

 

Da austerità accompagnata da un altro termine, che sembrerebbe del tutto avulso, ben più che inappropriato, vale a dire “nobiltà”. Sì, perchè Genova così dimessa, così dimenticata, così celata agli occhi d’Italia (una città di 600.000 abitanti a cui nessuno fa mai riferimento, di cui nessuno parla, citata solo per grandi sciagure di cui discorrere sarebbe lungamente stancante) ha una nobiltà mai evidente: i suoi palazzi così poco appariscenti e manumentali solo dopo che se ne è varcato il portone, quasi sempre chiuso, il dedalo di vicoli lastricati ancora di pietra antica che testimonia l’antico rifugio, inespungabile, di nobili famiglie e delle ricchezze che le avevano rese grandi, gli accorti traffici di mercanti che vi tenevano bottega, il riposo per chi riusciva a riprendere terra dopo la vita di mare, dopo mesi di commerci, di pesca del corallo e di pirateria, ma così intrinseca da diventare connotazione che fornisce l’impronta di riserbo, di silenzio, di discrezione, di sguardo acuto, mutevole fra l’ironia ed il distacco, poco condiscendente all’esteriorità che è la “genovesità” di cui dicevo.

Tra pietra e mare, difficile per struttura e per trascorse fatiche, è “sobria”, che non è sinonimo di avarizia (che senza questa fama quanto tutti avremmo riso di meno!), non è neppure discernimento pedante e particolare: è un modo di essere. Il modo di essere che da tempi immemorabili conosce la multietnicità e ne ha fatto cittadinanza del mondo. Niente più. E il ragionamento che volevo fare con voi è prorio questo: Genova, per questa sua peculiarità, non è affatto città del passato senza presente. Città priva di lavoro? Sì; citta priva di divertimento vociante e frastornante? Sì; ma assolutamente moderna, assolutamente rivolta al futuro, perchè ci sarà bisogno di rifugiarsi nella diminuzione della quantità insulsa di parole ormai mediocremente ammonticchiate, di affievolire il rumore, di ritrovarsi nell’interiorità, nella solidità e la Genova operosa, profonda, intelligente suo malgrado, questo rappresenta. Inutile farne una delle “città morte” dannunziane, inutile renderla una delle “Città invisibili” di Calvino, poichè non è un caso che Genova sia stata uno degli amori di Nietzsche, non è un caso che Brodel l’abbia studiata tanto a lungo, nemmeno è un caso che Caproni l’abbia cantata con l’incondizionato affetto di quel figlio che non era e neanche è un caso che De Andrè si sia rivolto a lei per trovare la lingua che esprimesse il Mediterraneo tutto o che Renzo Piano abbia tratto da lei la sua… genovesità.

No. Perchè a Genova ogni ragazza è:

“Donna di marina / donna che apre riviere”, perchè ognuno di noi potrebbe parlarne come de “La mia città degli amori in salita / Genova mia di mare tutta scale” e ha la certezza di poter anche dire “Quando mi sarò deciso/ d’andarci, in paradiso / ci andrò con l’ascensore / di Castelletto…” (G.Caproni).

m.r.

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