Preoccupante la violenza minorile nelle periferie

Le baby gang sono una miscellanea esplosiva di labilità individuali, assenza di genitorialità o, se c’è, esprime prevaricazione e ricerca ossessiva di approvazione.

La violenza dei giovanissimi cresce a vista d’occhio. La cronaca degli ultimi tempi è piena di casi di violenza adolescenziale compiuta nelle nostre città. Nella narrazione dominante si usa spesso l’espressione “baby gang” per indicare un gruppo di adolescenti o giovani che si uniscono per commettere reati, atti vandalici o microcriminalità.

La violenza viene spesso utilizzata per futili motivi o per il controllo del territorio. I reati compiuti da quelle che sono delle vere e proprie bande variano dalle rapine alle estorsioni, dalle lesioni personali ai danneggiamenti. Inoltre spaccio di stupefacenti, atti di bullismo anche utilizzando i social e, nei casi più gravi violenze sessuali e sequestro di persona.

Un aspetto caratterizzante di molte baby gang è l’uso dei social media: le violenze vengono spesso filmate e pubblicate online per ottenere visibilità e incutere timore, trasformando i reati in strumenti di affermazione del proprio status. La musica rap e trap, 2 generi di musica sincopata, nate negli USA, diventa strumento di comunicazione di un fenomeno sviluppatosi nelle periferie urbane.

In Italia un noto cantante ha scelto come nome d’arte proprio “Baby Gang”, narrando la vita ai margini di molti adolescenti, il disagio nelle periferie e le esperienze nelle carceri minorili. La criminologia, la scienza multidisciplinare che studia i reati, i criminali, le vittime e i comportamenti devianti, è assurta agli onori della cronaca per la continua frequenza di suoi esponenti nei talk show televisivi che trattano casi di crimini di cui la cronaca è ricca.

Una volta la tv, ai tempi della pandemia, si era trasformata in luogo di esibizione di virologi, infettivologi ed epidemiologi. Ora è il turno di criminologi e esperti di geopolitica e la giostra continua. Secondo questa disciplina i social sono utilizzati come spazi di spettacolarizzazione, il crimine delle bande di ragazzini non nasce all’improvviso ma si sedimenta in un humus sociale caratterizzato da conflittualità, disagio e assenza di spazi educativi.

E’ una miscela esplosiva di labilità individuali, assenza di genitorialità o quando c’è esprime prevaricazione, ricerca ossessiva di approvazione. Spesso ci si sente accettati solo nella realtà digitale dove il confine tra immaginazione, sfida e concretizzazione dell’atto è esile. In questa sorta di arena virtuale la partecipazione del popolo dei social può trasformarsi in una forma di “incitamento a delinquere”, che crea il presupposto a commettere atti violenti.

Entrano ed escono dalle carceri minorili diventando veri criminali

A quell’età si dovrebbe pensare a divertirsi, andare a scuola, frequentare gli amici, assaggiare il sapore dei primi amori, praticare sport. Un ragazzo che crede di scalare le posizioni sociali per accrescere le sue peculiarità sociali con la prevaricazione, non è solo furibondo, ma è un soggetto carente nella considerazione dell’interlocutore, visto come elemento insignificante. Inoltre è una persona che non ha consapevolezza delle sue debolezze e delle proprie azioni.

Infatti succede che quando vengono arrestati non hanno contezza di quello che hanno commesso né degli effetti. Con molta probabilità la povertà educativa gioca un ruolo decisivo in quella che è una fase importante per lo sviluppo cognitivo, in cui si passa dalla fase infantile a quella adulta. In questo passaggio si manifestano con prepotenza mutamenti fisici, psicologici e sociali. E’ come stare su una nave alla deriva senza nocchiero, che inevitabilmente si schianterà sugli scogli.

E’ la società degli adulti che dovrebbe far sentire la sua voce. Invece latita assieme alle istituzioni che sono sorde alle grida che provengono dalle periferie, dove si presentano solo per fare passerella elettorale. Non vengono investite risorse per il loro recupero urbanistico e sociale, dove spesso vige la legge della giungla, per la formazione e scolarizzazione diffusa sul territorio. E poi ci si lamenta e ci si meraviglia degli atti criminali. E’ vero che la responsabilità penale è personale, cioè di chi commette il reato.

Ma la responsabilità morale e sociale, altrettanto gravi, sono di uno Stato inerte, che fa finta di niente.