Il greggio scende, ma alla pompa si risparmia solo un centesimo: è una “rapina di Stato” con la benedizione di Washington e Teheran.
Ve lo avevamo detto, ma la realtà di oggi supera persino le nostre più ciniche previsioni: va in scena in Svizzera il primo round dei colloqui tra Stati Uniti e Iran. Da una parte Donald Trump che, fedele al suo copione da baraccone, minaccia di riprendere le bombe un minuto prima e un minuto dopo manda il suo vice JD Vance a parlare di “grandi progressi”. Dall’altra Teheran che, per alzare la posta, annuncia teatralmente la nuova chiusura dello Stretto di Hormuz mentre sotto banco sblocca 25 milioni di barili di petrolio e ottiene deroghe miliardarie per esportare greggio e prodotti petrolchimici.
Un teatro dell’assurdo. Ma la vera perla è la reazione dei mercati: di fronte a quello che un tempo sarebbe stato il pretesto perfetto per far schizzare i prezzi alle stelle – lo Stretto di Hormuz sbarrato e i raid israeliani in Libano –, gli investitori se ne fregano. Sanno benissimo che è tutta una messinscena. E infatti il Brent crolla di un altro 2%, scendendo a 78,89 dollari, mentre il Wti americano affonda a 75. In un mese, il petrolio ha perso quasi il 24% del suo valore. Avete capito bene: un quarto del prezzo è evaporato.
E l’Italia? L’Italia sta a guardare. Il Ministero delle Imprese e del Made in Identity ci fa sapere, con la solita grancassa trionfale, che i prezzi sono in calo da undici giorni consecutivi. Peccato che stiano scendendo con il contagocce. La benzina al self-service si attesta a 1,841 euro al litro, il gasolio a 1,937. Un’elemosina.
I numeri diffusi dalle associazioni dei consumatori sono una dichiarazione d’accusa che dovrebbe far arrossire chi siede a Palazzo Chigi. A fronte di un crollo del greggio del 24% in trenta giorni, la benzina è scesa appena del 6%, mentre il gasolio fa registrare un ridicolo -2,2%. In autostrada, fare un pieno da 50 litri oggi costa appena 3 euro e mezzo in meno rispetto a prima dell’accordo. Una miseria, calcolando che l’Iraq sta ripristinando la produzione a 4,3 milioni di barili al giorno e che emiri e kuwaitiani stanno inondando i mercati di greggio.
La asimmetria è la solita, schifosa costante: quando c’è da aumentare, le compagnie petrolifere hanno la velocità della luce; quando c’è da scalare, hanno la pigrizia del bradipo. E il governo Meloni che fa? Invece di convocare i petrolieri lunedì mattina a Palazzo Chigi per sbattere i pugni sul tavolo, assiste inerte. Anzi, ne approfitta pure, riducendo gradualmente gli sconti fiscali sulle accise del diesel per raschiare il fondo del barile delle tasche degli italiani.
Ci hanno preso in giro con la guerra, ci hanno preso in giro con Hormuz e continuano a prenderci in giro con la complicità della politica. Finché il prezzo del petrolio scende del 24% e noi risparmiamo solo sette centesimi al distributore, questa non è economia: è una “rapina di Stato” con la benedizione di Washington e Teheran.