La scienza delle acque finora ha risentito di una visione colonialista basata sull’eurocentrismo e sul dominio del modello occidentale. Occorre fare molto di più.
Salvaguardare l’acqua come si faceva una volta. Il prezioso liquido è un composto chimico fondamentale per la vita e per l’equilibrio ecologico del Pianeta. Come bene naturale è sempre stato considerato inesauribile invece, com’è noto, in molte zone c’è carenza e razionamento. Su GreenMe, una dei magazine e community online dedicati all’ambiente e alla sostenibilità più letti in Italia, è apparso un interessante reportage sull’importanza e la simbologia che l’acqua rappresenta per le comunità umane.
A quest’ultimi interrogativi ha cercato di dare risposte la socio-idrologia che studia l’interazione e il doppio legame di causa-effetto tra le dinamiche umane e quelle del ciclo dell’acqua. Non si limita a considerare l’uomo solo come vittima o risolutore di problemi idrici (es. siccità, alluvioni) ma come parte integrante e attiva del sistema idrologico stesso.
Non è solo un dibattito da massimi sistemi, tutt’altro. Ha la sua valenza empirica proprio con la crisi idrica globale in atto. Nel 2022 per 2,2 miliardi di individui l’accesso all’acqua potabile non è stato sicuro; 3,5 miliardi senza servizi igienici protetti e il 60% della popolazione ne ha dovuto sorbire la scarsità almeno in un periodo dell’anno. Il 72% delle risorse idriche vengono consumate dall’agricoltura, una cifra che spiega come l’H2o sia sopravvivenza, salute, biodiversità, discriminazioni e dominio.
La scienza delle acque finora ha risentito di una visione colonialistica basata sull’eurocentrismo e sul dominio del modello occidentale. I terreni considerati non aderenti al clima europeo erano giudicati imperfetti e da sistemare con opere faraoniche. In questo processo la cultura locale veniva emarginata senza potere decisionale. Un approccio moderno rivaluta, al contrario, i saperi e le pratiche antichi, nonché la cura del paesaggio e capacità di adattamento.
Ad esempio in alcune comunità del Perù si pratica “l’accudimento dell’acqua”, un termine che richiama ad atmosfere poetiche in quanto cura, assistenza e protezione. La pioggia viene raccolta usando le piante, formando dei bacini e aiutando le falde ad autoalimentarsi. In questo percorso l’acqua non è un oggetto di consumo e di spreco ma una risorsa da aiutare. In questo modo si è combattuta la crisi idrica delle Ande.

Può sembrare folklore ma, in realtà, si tratta di una sinergia perfetta tra conoscenze, natura e collettività. La moderna socioidrologia ritiene che solo un approccio duale di pari livello tra conoscenze locali e scienza può dare risposte efficaci senza prevaricazioni. Il valore da dare a fiumi, paesaggi e montagne da tutelare e non gestire è anche una questione che è entrata di prepotenza nel “diritto”.
Al punto che in Canada un fiume è stato riconosciuto come personalità giuridica, mentre in Colombia, l’Amazzonia è stata considerata fonte di diritto. Nel nostro Paese ci troviamo di fronte ad una realtà di cementificazione dei fiumi, sfruttamento delle falde acquifere, terreni agricoli aridi per mancanza di H2o, manutenzione quasi inesistente, contrasto tra visione industriale ed ecologica.
La socioidrologia non è la panacea di tutti i mali. Offre, però, una chance che mette da parte l’arroganza e la soluzione, prima di cercarla con opere faraoniche, è più vicina di quanto si pensi.
Si trova nelle solide mani della tradizione e della conoscenza ancestrali che sono orientati all’unità tra uomo e natura e non al suo dominio.