Lo ius sanguinis garantisce la cittadinanza ai discendenti di italiani all’estero, ma sta diventando un business milionario. Ecco come e perché.
Negli ultimi tempi si è molto discusso di un tema molto caro all’attuale compagine governativa, lo “ius sanguinis”. Si tratta di un’espressione di origine latina indicante l’acquisizione della cittadinanza per il fatto della nascita da un genitore o con un ascendente in possesso di quella stessa cittadinanza. Nel nostro Paese l’art. 1 della legge n. 91/92 stabilisce che è cittadino per nascita il figlio di padre o madre cittadini. Viene, quindi, confermato il principio dello ius sanguinis come principio cardine per acquisire la cittadinanza, mentre lo ius soli, forse più consono e frutto di civiltà giuridica democratica, resta un’ipotesi eccezionale e residuale.
Ora, poiché l’Italia brilla per essere composta da amministratori lestofanti, furbi e truffaldini (lo scandalo relativo alla corruzione urbanistica del comune di Milano è solo l’ultimo di una lunga serie) ecco che spunta l’idea di fare diventare lo “ius sanguinis” un affare. Di questo aspetto ne ha parlato “Presadiretta”, il programma di Riccardo Iacona andato in onda domenica 9 marzo.

Così i tribunali italiani e i comuni si trovano oberati di pratiche burocratiche da smaltire, mentre fantomatiche agenzie lucrano sul fenomeno, soprattutto in Brasile. Basta avere un parente seppur lontano e sborsare 10 mila euro e il gioco è fatto: si diventa cittadini italiani grazie alla consanguineità. Si parla di più di 60 milioni di discendenti anche alla lontana da italiani che hanno iniziato l’iter, senza alcuna limitazione tra le generazioni e il fatto che non abbiano mai dimorato in Italia non conta. Vale solo ed esclusivamente il diritto del sangue. Se a questo aggiungiamo “Dio”, “Patria” e “Famiglia” si forma una sorta di quartetto da cui sono nati idee e Stati reazionari, retrivi e autocrati. E pensare che gli stranieri nati, che studiano e lavorano sul suolo patrio devono passare attraverso tutta una serie di “forche caudine” burocratiche per raggiungere l’obiettivo.
I nostri avi emigrati all’estero hanno sempre mantenuto nel corso del tempo un certo rapporto con la cultura e la tradizione italiana, per cui i discendenti hanno colto al volo la possibilità di dotarsi del passaporto italiano che, come suddetto, si sta trasformando in un vero e proprio affare milionario. In città come San Paolo del Brasile il passaporto è un’agognata meta perché grazie ad esso si può entrare, senza visto, in 192 Paesi. L’iter burocratico nei consolati italiani può durare anche un decennio e oltre.

Questo è il motivo del proliferare di agenzie, associazioni o presunte tali on line definitesi specializzate, che hanno sentito l’odore dei soldi e che il fenomeno poteva essere un grande affare. Promettono di erogare la cittadinanza italiana con promozioni “tutto compreso”, come un’agenzia di viaggi, offrendo la possibilità di avvalersi di avvocati specializzati sulla materia e di effettuare ricerche genealogiche, alla modica cifra oscillante tra i 5 e i 10 mila euro.
Molti sono disposti ad affrontare la spesa per aver la possibilità di poter studiare e lavorare in Europa senza restrizioni. A confermare questo desiderio spasmodico è la crescita vertiginosa del numero di iscritti all’Anagrafe degli italiani all’estero (Aire). Molti hanno un discendente emigrato oltre un secolo fa, non parlano la lingua del Belpaese, ignorandone la cultura. Pare che solo nel 2023 siano state riconosciute più di 190 mila cittadinanze ottenute con lo ”ius sanguinis” in Italia. Queste vanno bene, quelle delle “ius soli” no. Una logica stringente!