VIOLENZA NON SOLO DA VIRUS

Quella sulle donne non si arresta nemmeno davanti alla pandemia ma le strutture sono aperte e fanno quello che possono di concerto con polizia e operatori sociali. Anche in questo caso la denuncia diventa un mezzo salvavita.

Stare a casa è la parola d’ordine di questo periodo. Stare a casa per proteggersi dalla contaminazione. Stare a casa per tutelare la propria vita e forse anche per salvare la propria vita. La casa è il nostro focolare, il nostro nido, il nostro rifugio. Casa è famiglia, serenità, amore. Casa è calore. Ma siamo sicuri che sia sempre così? I primi dati che provengono dalla Cina dopo il lungo periodo di quarantena, ci dicono che si registra un aumento di richieste di divorzi e di denunce per violenze domestiche. Un fenomeno un po’ strano per la Cina dove si parla poco di violenza di genere.

E in Italia? Cosa accade? Cosa accadrà? La cronaca ci ha raccontato sbrigativamente di alcuni femminicidi degli ultimi giorni ma ormai siamo così tanto abituati a sentirne parlare che una notizia così “normale” non può di certo distogliere la nostra attenzione dal Coronavirus. Proprio perché se ne è parlato troppo sbrigativamente non ho compreso se le donne uccise avessero figli. Ma se così fosse il pensiero di questi ragazzi, più o meno giovani, che abbiano perso la madre in un momento in cui tutto il mondo è completamente stravolto, in un momento in cui non ci si può abbracciare, in un momento in cui non ci si può consolare, in un momento in cui tutti combattiamo contro il rischio di deprimerci per via della solitudine e della paura di qualcosa che non conosciamo, mi atterrisce.

Altrettanto spaventoso è il pensiero delle donne che subiscono violenza e che sono costrette dalla necessità a rimanere in casa con il loro carnefice che, a causa dell’emergenza sanitaria, è facile pensare che amplificherà le proprie condotte e scaricherà ancora di più le proprie frustrazioni su moglie e figli. A tal proposito è diventato virale il video della donna che, suonando il flauto sul balcone di casa per esorcizzare la paura del virus, viene presa a pugni in testa dal marito, infastidito dal gesto di libertà, di autonomia, di sfogo, della “sua donna”. Dobbiamo proprio dirlo: contro la violenza sulle donne non c’è Coronavirus che tenga. Nemmeno il pestilenziale agente infestante, che ha stravolto tutto e tutti, è riuscito a scalfire di un minimo la violenza domestica.

Chi non denuncia rischia la vita

Ieri mi ha contattata una donna la quale, tornando a casa insieme alla figlia, ha costatato che il marito aveva cambiato la serratura della porta d’ingresso lasciandole fuori. In barba all’emergenza, in barba alle raccomandazioni di tutti, in barba ai più basilari principi di solidarietà e rispetto. Tutti affacciati alle finestre a cantare commossi l’Inno d’Italia, tutti a manifestare solidarietà a persone sconosciute che vivono dall’altra parte dell’Italia mentre nelle nostre case si consuma la violenza. Quella violenza che non si arresta, malgrado le conferenze, i convegni, le tavole rotonde, gli inasprimenti delle pene, le panchine, le scarpette rosse e i faccioni di tanti politici che, nei giorni comandati, diventano ipocritamente fautori di principi femministi che con i loro comportamenti disconoscono un minuto dopo.

Quella violenza che è una costante della nostra società anche quando muoiono centinaia di persone a causa di un virus bastardo, anche quando il nostro sistema sanitario è al collasso, anche quando non sappiamo cosa sarà del nostro domani, anche quando, sconfitto il virus, dovremo combattere con una crisi economica di proporzioni epocali. Ma perché? Perché non si arresta quest’altra maledizione? Sarà impopolare dirlo ma io ritengo che non si arresti perché la violenza sulle donne si consuma nell’ambito di coppie unite da un legame malato. Vittima e carnefice sono intrappolati in storie patologiche di cui entrambi sentono il bisogno per riscattare il loro passato e, al contempo, per replicarlo.

Anche un solo gesto violento è da condannare

Sono protagonisti di storie maledette che vivono la loro vita sentimentale in un perenne ossimoro, il riscatto e la replica. E nell’ambito di questo ossimoro, alla base del quale c’è la “folle” volontà di cambiare l’altro, per ritenersi meritevoli di amore, si consuma la violenza. Dopo anni di esperienza nel tragico settore della violenza di genere mi convinco sempre di più che se, per assurdo, l’altro partner cambiasse, il legame malato verrebbe meno e i due si lascerebbero. E’ una sfida inconscia, una sfida dolorosa, mortale. E’ una sfida che trova la proprio origine nelle proprie ferite antiche. E’ bisogno bello e buono, è dipendenza, è tutto fuorché amore.

“Siamo figli delle nostre esperienze” mi è stato detto da una persona che stimo molto ed è vero. Esperienze che sono il faro dei nostri comportamenti, più o meno buoni, più o meno dannosi per noi stessi e per gli altri. Cosa dire in un momento di emergenza a queste donne? Di fuggire, di denunciare, di non cedere al bisogno. I centri antiviolenza continuano a fornire sostegno telefonico e le Forze dell’Ordine, seppur impegnate nel controllo dei decerebrati che continuano a non rispettare il divieto di uscire, sono sempre pronti a ricevere la denuncia di una donna che subisce soprusi e maltrattamenti. Le case rifugio sono operative, con tutte le cautele sanitarie del caso, ma sono a disposizione di chi ne ha bisogno.

Centri antiviolenza e commissariati sono aperti.

E la denuncia in un momento di sconvolgimento come quello che stiamo vivendo è una festa. Sì perché quando una donna denuncia e si libera del proprio aguzzino, rinunciando a cambiarlo, è sempre una festa perché una vita salvata è gioia, futuro, libertà e festa!

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