Luigia Fortunato è stata massacrata dall’ex, ma per il Pm è solo omicidio. La legale della famiglia: “Così la ammazzano una seconda volta”.
Ancona – Ventidue coltellate non bastano a chiamarlo femminicidio. È la conclusione, gelida e già finita nella bufera, cui è arrivata la procura di Ancona nel caso di Luigia Fortunato, mamma di 33 anni originaria di Cerignola, massacrata giovedì sera nella casa dove viveva ancora con l’ex compagno e con il figlio di appena 8 anni. A ucciderla, reo confesso, è stato Sami Khemaies, 39enne tunisino, che dopo il delitto si è presentato in caserma con i vestiti ancora sporchi di sangue.
Per lui il sostituto procuratore Rosario Lioniello ha disposto il fermo per omicidio volontario aggravato dall’uso dell’arma, un banale coltello da cucina. Non il femminicidio, il nuovo reato introdotto lo scorso dicembre che porta dritti all’ergastolo. Una differenza che pesa come un macigno: l’omicidio volontario prevede una pena da 21 anni, il femminicidio il carcere a vita.
La motivazione del magistrato è netta: “Ad oggi non ci sono gli elementi, se dovessero emergerne di nuovi integreremo l’accusa”. Nessuna denuncia, nessuna segnalazione, nessun accesso al pronto soccorso: manca, dicono gli inquirenti, quel quadro di odio reiterato, prevaricazione e controllo che la legge chiede per parlare di violenza di genere. I due erano separati in casa da tempo, decisi a convivere per non traumatizzare il bambino. La lite fatale sarebbe esplosa per una banalità: il centro estivo del figlio.
Ma la decisione ha fatto insorgere mezza Italia. “Sono sconcertata, questa comunicazione la rivittimizza”, tuona Cristina Perozzi, legale della famiglia. “Luigia era una madre irreprensibile. In quella famiglia non c’era conflittualità, ma un padre disfunzionale con precedenti di reato”. E Khemaies i precedenti li ha eccome: cinque anni di carcere a Piacenza per droga.
Sul caso è intervenuta anche la ministra per le Pari Opportunità, Eugenia Roccella, che ha chiesto “la massima accuratezza interpretativa“, ricordando che il femminicidio “non riguarda il genere della vittima, ma la ragione per cui viene uccisa”. I centri antiviolenza, dal canto loro, restano guardinghi ma non chiudono la porta: la procura, sottolineano, non ha escluso nulla e vuole approfondire.
Domani l’udienza di convalida del fermo in collegamento dal carcere di Montacuto; martedì l’autopsia sul corpo di Luigia. Loreto, intanto, si stringe attorno a un bimbo che è rimasto senza mamma e prepara una fiaccolata. Perché, al di là della qualificazione giuridica, una certezza resta: una donna è morta, e nessuna parola potrà restituirla al suo bambino.