Il Comitato Pari Opportunità del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi interviene nel dibattito pubblico: “Dare un nome al fenomeno è il primo passo per comprenderlo e prevenirlo”.
Il Comitato Pari Opportunità del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (Cnop) interviene nel dibattito sul significato e sull’utilizzo del termine femminicidio, ribadendo che non si tratta di una definizione ideologica, ma di una categoria studiata dalla ricerca scientifica e dalla pratica clinica da oltre cinquant’anni.
Secondo il Cnop, mettere in discussione l’esistenza del femminicidio rischia di trasformare in una semplice opinione un fenomeno che la criminologia, la psicologia e le scienze sociali hanno da tempo analizzato e definito. “Comprendere questo fenomeno – sottolinea il comunicato – fa parte del lavoro quotidiano di psicologhe e psicologi”.
Il documento ripercorre anche l’origine del termine. La criminologa Diana Russell introdusse il concetto di femicide nel 1976, definendolo successivamente come l’uccisione di una donna in quanto donna, cioè per motivazioni legate al genere. Negli stessi anni l’antropologa messicana Marcela Lagarde elaborò il termine feminicidio, poi tradotto in italiano come femminicidio, ampliando il concetto fino a includere le forme di sopraffazione e violenza che spesso precedono l’omicidio.
Per il Cnop, l’utilizzo di una parola specifica risponde all’esigenza di individuare il movente di questi delitti, che il termine generico “omicidio” non riesce a rappresentare. A sostegno di questa tesi vengono richiamati anche i dati del Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno, secondo cui nel 2025 in Italia sono state uccise 97 donne, di cui 85 in ambito familiare o affettivo e 62 per mano del partner o dell’ex partner. Un dato che, evidenziano gli psicologi, si mantiene stabile nel tempo nonostante la diminuzione complessiva degli omicidi.
Il comunicato sottolinea inoltre come il femminicidio rappresenti spesso l’epilogo di un percorso di violenza progressiva. Vengono richiamati gli studi della psicologa Lenore Walker sul cosiddetto “ciclo della violenza”, caratterizzato dall’alternanza tra tensione, aggressione e apparente riconciliazione, e quelli del sociologo Evan Stark sul “controllo coercitivo”, una forma di dominio psicologico e relazionale che può manifestarsi attraverso isolamento, sorveglianza, controllo economico e svalutazione della vittima.
Secondo il Comitato Pari Opportunità del Cnop, riconoscere la specificità del femminicidio ha ricadute concrete sul piano della prevenzione e della tutela. Permette infatti di valutare il rischio nei momenti più critici, come la fine di una relazione, di attivare percorsi di protezione per le vittime e programmi dedicati agli autori di violenza, oltre a favorire una maggiore consapevolezza sociale del fenomeno.
Il comunicato richiama anche la recente evoluzione normativa, ricordando che la legge 181 del 2025 ha introdotto nel Codice penale il reato di femminicidio con l’articolo 577-bis, mentre la direttiva europea 2024/1385 include espressamente il femminicidio e il controllo coercitivo tra le forme di violenza contro le donne. Per il Cnop, tali disposizioni recepiscono quanto la comunità scientifica sostiene da anni: riconoscere il movente legato a dinamiche di dominio, possesso e discriminazione di genere è essenziale per contrastare il fenomeno.
Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi conclude ribadendo il proprio impegno nel lavoro di prevenzione, supporto alle vittime, valutazione del rischio e formazione degli operatori, affermando che “la parola femminicidio è il primo di questi strumenti” e che rinunciarvi significherebbe rendere nuovamente invisibile una realtà che la ricerca e l’esperienza clinica hanno ormai imparato a riconoscere.