TUTTO QUELLO CHE NON VI HANNO RACCONTATO SULLA MORTE DI SOLEIMANI

In esclusiva per POP: la posizione di Alberto Bradanini, già ambasciatore d’Italia a Teheran, e un video inedito.

L’assassinio mirato di Soleimani è stato un atto di terrorismo di stato (da parte della “nazione indispensabile, creata da Dio per governare un mondo irrequieto”, come vuole la narrativa esaltata della destra americana) e allo stesso tempo un atto di guerra contro una nazione sovrana. Con questo gesto Trump calpesta insieme etica politica, diritto internazionale, principio di moderazione e persino la nozione di proporzionalità (per un mercenario americano, la rappresaglia di Washington aveva già fatto 25 vittime tra i Kataib Hezbollah). Se poi qualcuno dovesse applicare la legge del contrappasso dantesco (la guerra illegale e strumentale americana contro Saddam Hussein – e sorvoliamo su Siria, Libia e Yemen – ha fatto oltre 600.000 vittime) cosa ne sarebbe della dirigenza americana degli ultimi 17 anni?

Con un gesto di arroganza imperiale gravido di conseguenze, gli Stati Uniti confermano dunque di non farsi scrupolo a calpestare quel poco di diritto internazionale che le nazioni hanno faticosamente costruito all’indomani della Seconda Guerra Mondiale.

A proposito di violazioni del diritto internazionale Trump si è già distinto per gli attacchi illegali contro utilizzatori siriani di gas poi risultati inesistenti, per il riconoscimento americano di Gerusalemme quale capitale di Israele, per la sovranità israeliana sulle alture del Golan (formalmente territorio siriano) e per gli insediamenti in Palestina che rendono ormai impossibile ogni soluzione dei due stati.

Su un altro teatro, l’uscita di Trump dal trattato INF Russia-Usa sui missili nucleari intermedi – con l’accusa di inadempienze mai provate da parte di Mosca – ha riaperto la corsa agli armamenti, con grande giubilo dei produttori americani di armi, che sostengono la sua rielezione. Questo omicidio fa dunque parte di una precisa strategia, dopo il ritiro di Trump nella primavera del 2018 dall’accordo sul nucleare voluto da Obama e firmato tra le 5 nazioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con diritto di veto, più la Germania, e l’Iran.

Se quest’ultimo non è certo un modello di rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, l’Iran resta tuttavia un paese sovrano, il cui progresso in tema di diritti umani andrebbe favorito attraverso una politica di scambi commerciali, culturali e investimenti, un obiettivo che Trump non è invece interessato a perseguire (talvolta un nemico fa più comodo di un amico). È bene rilevare che il biasimo nei riguardi dell’America per questo omicidio di stato non ha nulla a che vedere con la qualità etica del personaggio, che non era certo un’anima pia. Soleimani del resto verrà presto sostituito e l’Iran diverrà ancor più determinato nel perseguimento dei suoi obiettivi in Medio Oriente, che in fin dei conti è la sua regione, non quella degli Americani.

Infine, Trump non può non aver messo in conto la rappresaglia iraniana. È quindi probabile che egli reputi l’escalation con Teheran utile sia alla sua rielezione che all’esito dell’impeachment. Quando la hybris supera una soglia di guardia, le esigenze del potere non si curano di guerre, diritto internazionale o sofferenza dei popoli. Gli imperi in declino – sebbene relativo, come quello che sperimentano gli Stati Uniti – diventano ancor più pericolosi. Tempi duri ci attendono.

Alberto Bradanini, già Ambasciatore d’Italia a Teheran (agosto 2008-dicembre 2012)

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