La nuova legge potrebbe andare bene ma c’è la copertura finanziaria? Al momento le comunità private gongolano ma meglio fare gli scongiuri.
Lo scorso 29 luglio è stato approvato dalla Camera dei deputati il disegno di legge sulla detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti. Nel dettaglio la norma permette ai detenuti con dipendenze da alcol o droghe di scontare la pena (fino a 8 anni) fuori dal carcere, in strutture terapeutiche o luoghi idonei indicati dal tribunale.
L’obiettivo è ridurre il sovraffollamento carcerario e favorire percorsi di riabilitazione. Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, con l’enfasi che si utilizza quando viene approvato un provvedimento clamoroso, ha parlato di “svolta epocale, perché si tratta di persone che sono prima malate e poi commettono reati”.
Sono stati previsti dei limiti per alcuni reati ostativi, cioè particolarmente gravi, tra cui quelli di stampo mafioso, terrorismo o simili. Si parla di circa 10 mila detenuti tossicodipendenti che potrebbero scontare la pena nelle comunità terapeutiche o agli arresti domiciliari.
Il percorso non è così semplice come appare. Il tribunale di Sorveglianza dovrà valutare se esistono le condizioni per la detenzione fuori dal carcere, che potranno essere annullate in caso di inadempienze del condannato. La legge approvata definitivamente sembrerebbe inserita nel solco della Costituzione, che prevede, all’articolo 27, la rieducazione del condannato.
Il programma terapeutico per i detenuti tossicodipendenti, come previsto dalla nuova normativa, è un percorso socio-riabilitativo personalizzato basato sulla disintossicazione, sul sostegno psicologico, sulle attività di gruppo e sul reinserimento sociale.
Si sviluppa in vari modi: in comunità terapeutiche residenziali o semiresidenziali accreditate; sezioni speciali a custodia attenuata all’interno del carcere; detenzione domiciliare. Per avvalersi del trattamento i Servizi per le Dipendenze (SerD) delle ASL rilasciano una certificazione sanitaria, in cui si attesta la tossicodipendenza e il trattamento da seguire. La cura inizia con l’accoglienza e la valutazione motivazionale, poi con incontri psicologici individuali e di gruppo, eventuale terapia farmacologica, attività educative o lavorative.

Il percorso si può realizzare all’interno di Comunità Terapeutiche Esterne, strutture residenziali pubbliche o private autorizzate e accreditate dal Servizio Sanitario Nazionale, dove il detenuto sconta la pena o parte di essa seguendo il programma; in reparti dedicati all’interno delle carceri organizzati in collaborazione con il personale sanitario e i SerD locali; in regime di detenzione presso comunità autorizzate per pene o residui di pena che rientrano nei limiti previsti dalla legge.
Ora non si vuole fare le pulci ad un provvedimento lodevole ma considerato il contesto italiano, in cui la sanità è un grande business, le prime a stappare bottiglie di spumante, saranno state le comunità terapeutiche private, visto l’importo che riceveranno dallo Stato per il recupero dei detenuti tossicodipendenti.
Inoltre, va bene la normativa, ma nulla si sa sulle risorse finanziarie investite e con la crisi economica nazionale e mondiale in corso, sembra difficile attuare il provvedimento.
Comunque la speranza è l’ultima a morire, purché non si muoia disperati. Infine come recita un antico motto popolare “Le vie dell’Inferno sono lastricate di buone intenzioni”, nel senso che alla buona idea, devono seguire fatti concreti. Restiamo in fiduciosa attesa.