La produzione eccessiva di indumenti consuma risorse preziose: 2.700 litri d’acqua per una sola maglietta in cotone. Il settore è altamente inquinante.
Ai grandi marchi di moda è stato imposto un limite per evitare la sovrapproduzione. Il problema della moda è il surplus del fast fashion, un modello di business tessile che produce rapidamente grandi quantità di abbigliamento a basso costo, seguendo le tendenze del momento, il classico usa e getta. Si producono circa 100-150 miliardi di capi annui, con l’invenduto che arriva al 30%. Spesso viene incenerito, causando il 10% delle emissioni globali di gas serra e gravi sprechi idrici.
Secondo le stime ogni secondo viene bruciato o gettato in discarica l’equivalente di un camion di vestiti. La produzione eccessiva consuma risorse preziose, come i 2.700 litri d’acqua necessari per una sola maglietta in cotone. Il modello basato sulla previsione della domanda e non su ordini sicuri punta a riempire i negozi e l’e-commerce, spesso sottovalutando la richiesta reale. I social media, inoltre, accelerano il consumo, rendendo i capi obsoleti velocemente.
Il 71% di quelli smaltiti contiene materiali sintetici, che rilasciano microplastiche dannose per gli ecosistemi. Il fenomeno andrebbe arginato puntando sulla qualità, la riduzione dei volumi e un modello di economia circolare. Per ora la Commissione Europea sta cercando di apporvi una…toppa. Riferendosi al vestiario non poteva essere che così. Dal prossimo mese di luglio non si potranno più eliminare vestiti, scarpe e accessori. Lo scopo è di contenere l’eccedenza di merce, attenuare i danni ambientali in un settore considerato tra i più inquinanti.
Queste disposizioni fanno parte dell’ESPR (Ecodesign for Sustainable Product Regulation), il nuovo regolamento quadro dell’UE (adottato nel 2024) che stabilisce norme obbligatorie per rendere i prodotti sostenibili, circolari e a basse emissioni nel mercato europeo. La cronaca negli ultimi anni è stata prodiga di casi di distruzione delle giacenze di magazzino in eccesso, scarpe, abiti e accessori.
Qualche anno fa è passato agli onori della cronaca il caso più conosciuto di Burberry, la celebre casa di moda di lusso britannica, rinomata per l’invenzione del tessuto gabardine e per i suoi iconici impermeabili/trench. Pare che abbia smaltito, nel 2018, 32 milioni di euro di merce invenduta. Le stime più significative indicano che in Europa venga eliminato tra il 4 e 9% di indumenti in eccesso. Lo smaltimento di questo tipo di rifiuti produce 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica (Co2).
Un numero equiparabile alle emissioni della Svezia nel 2021. La questione è legata a un calcolo di posizione sul mercato. Pur di non far arrivare le scorte di magazzino agli outlet, ai rivenditori che “svendono” il prodotto abbassando i prezzi, in quanto produrrebbe un danno reputazionale all’azienda, si preferisce inquinare l’ambiente e ledere la salute dei cittadini.

Questo solo per l’esclusività del brand. Le persone si possono anche ammalare, basta che si salvi l’immagine del marchio! Ormai si è entrati in un meccanismo perverso per cui si continua a produrre merce incontrollabile e non tracciabile. Una quantità enorme di indumenti, calzature e accessori vari mai indossati vengono smaltiti. Potrebbero essere dati in dono, ma giammai un’azienda regala qualcosa, piuttosto la distrugge.
Ma con le nuove regole europee la musica (si spera) dovrebbe cambiare. Le imprese dovranno comunicare le quantità di merce smaltita e la ragione della scelta. In questo modo si potrà gestire in modo più avveduto l’invenduto e optare per alternative più responsabili, tipo lo smercio o il riciclo. La normativa sarà valida dal 19 luglio di quest’anno per i grandi marchi, le medie imprese hanno tempo fino al 2030.
Le piccole e micro aziende sono esentate. C’è un aspetto che sarebbe ridicolo se non riguardasse la salubrità dell’ambiente e la salute dei cittadini: la Commissione Europea non ha previsto alcuna sanzione per chi non rispetta le nuove regole. Intanto fino al prossimo luglio si potranno fare grandi falò di indumenti.