SEX DOLLS: LA PERVERSIONE DELLO SCULTORE

agalmatofilia: questa “preferenza” comporta attrazione sessuale nei confronti di oggetti inanimati antropomorfi quali statue, bambole, manichini e similari e ha origini davvero antiche

Vi è mai capitato, passeggiando per le vie della vostra città tra negozi e boutique di moda, di soffermarvi più sulla ineccepibile silhouette dei freddi e rigidi, seppur eleganti, manichini che sui capi firmati? Avete una collezione di bambole di porcellana cui dedicate mensole, poltrone, divani o addirittura un intero locale della vostra casa? Una volta nella vita, forse per curiosità, forse come trofeo di una festa goliardica tra amici, siete diventati possessori di una bambola gonfiabile? O ancora vi è mai successo di trovarvi in un museo in cui le statue, nella loro estrema bellezza immortale, hanno rapito il vostro sguardo per crearvi nelle viscere una sensazione di arrendevole piacere di fronte all’irraggiungibile perfezione?

Se così è stato, questo articolo è rivolto a voi, perché oggi vi parlerò di una parafilia meno conosciuta di altre, ma altrettanto interessante: l’agalmatofilia.

L’agalmatofilia fu inquadrata come predilezione erotica, per la prima volta, nello studio condotto da Richard von Krafft-Ebbing, nel 1877, intitolato Psychopathia Sexualis. In tale pubblicazione, lo psichiatra tedesco descrisse minuziosamente il caso di un giardiniere che, innamoratosi di una statua della Venere di Milo, venne scoperto mentre tentava di avere un rapporto sessuale con essa.

Letteralmente questa “preferenza” comporta attrazione sessuale nei confronti di oggetti inanimati antropomorfi quali statue, bambole, manichini e similari e ha origini davvero antiche. Scivoliamo dunque in un’epoca remota, in cui abili scultori modellavano l’immagine degli dei a colpi di scalpello. Nella lontana Grecia del V secolo a.C. si narra che un pittore di nome Zeusi, dovendo rappresentare un ritratto della splendida Elena di Troia, fece arrivare a Crotone da ogni dove un gran numero di modelle e, non trovando in una sola tra loro la massima espressione di bellezza ne scelse cinque cui ispirarsi per realizzare la perfetta combinazione di dettagli. Prendendo spunto dalle singole caratteristiche delle diverse donne, Zeusi, come Frankestein, disegnò la sua creatura, tanto bella da definirla rappresentazione di una dea. Questa tendenza a trasfondere il divino, ciò che è più perfetto e irraggiungibile, l’ideale di bellezza, in oggetti tangibili suscitò un delirio erotico nella Grecia antica.

Un caso rilevante fu quello dell’Afrodite Cnidia, opera di Prassitele, che, secondo diverse fonti antiche, era in grado di suscitare il desiderio erotico nell’osservatore. Di questa forma di parafilia narra Ovidio, autore latino, nel X libro delle Metamorfosi, attraverso la leggenda di Pigmalione e Galatea.

Pigmalione era un abile scultore di Cipro, che, incapace di trovare una donna degna del proprio amore, decise di vivere in solitudine e dedicarsi alla propria arte. Il bisogno, mai sopito, d’amore e di avere una compagna, però, guidò un giorno la sua mano nel modellare una statua femminile dai lineamenti perfetti. La battezzò Galatea per il colore della scultura, bianco come il latte.

L’artista si innamorò perdutamente della sua stessa creazione e la ricoprì di doni, gioielli, vesti e mille attenzioni, proprio come uno spasimante nei confronti della propria amata. Tutto ciò che inizialmente era un rapporto platonico si trasformò, poi, in un desiderio sessuale sempre più forte e incontrollabile. Pigmalione sfogava i suoi istinti toccando e baciando la fredda Galatea, finché Afrodite, dea dell’amore, commossa dal profondo sentimento, per ovvie ragioni non corrisposto, decise di premiare la dedizione dell’uomo donando vita alla statua e trasformandola in una donna vera che potesse ricambiare l’amore di Pigmalione.

Si tratta solamente di leggenda, ma questa storia porta con sé echi di verità che si possono ritrovare anche in situazioni attuali. Alcuni documentari, trattando il tema delle parafilie, hanno svelato numerosi aspetti peculiari dell’agalmatofilia e i segreti delle vite di amatori di oggetti inanimati. Le marmoree, fredde e rigide statue dell’età classica sono, oggi, sostituite dalle real dolls: bambole in silicone, morbide, elastiche e adattabili a differenti posizioni, per soddisfare le esigenze sessuali del fruitore. Le real dolls si diffusero a partire dal 1996 in California grazie allo scultore e ideatore Matthew McMullen. Inizialmente erano dotate di pupille fisse e movimenti limitati, ma ora sono molto più sofisticate e realistiche, quasi umane. La tecnologia, oggi, ne crea alcune con componenti robotiche, in modo che esse possano anche muoversi e simulare la vita. In tutto il mondo esistono persone che fanno uso di queste real dolls, ma non solo. Ci sono possessori di bambole, che, ad un certo punto della loro “particolare relazione”, si sentono talmente coinvolti e soddisfatti da definirle vere e proprie fidanzate e partner sessuali, più che oggetti inanimati. Insomma mentre il gioco si fa serio, i giochi si fanno sempre più reali.

Sono lontani i tempi in cui le prime bambole sessuali fecero il loro ingresso in società. Erano bambole di cotone e stoffa, note col nome di dames de voyage, e venivano usate dai marinai francesi e spagnoli già nel 1600 durante i loro lunghi viaggi in mare. Come la storia insegna, desiderare oggetti inanimati che riproducono l’ideale di bellezza non è poi così assurdo e, per chi tale lo trovasse, vorrei ricordare che ognuno di noi, nella vita di cui dispone, può scegliere di amare ed esprimere la propria sessualità come meglio crede, purché nel rispetto dell’altrui libertà.

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