Il partito di maggioranza ha presentato alla Camera una proposta per i cittadini extra-UE condannati, che amplia i casi di revoca della cittadinanza italiana.
Un automatismo che stabilisce in anticipo la pericolosità sociale di una persona, riducendo allo stesso tempo drasticamente i tempi e i motivi per difendersi. È questo il punto su cui rischia di incrinarsi la proposta di legge presentata da Fratelli d’Italia alla Camera, un testo di nove articoli pensato per rendere obbligatorio il trasferimento dei detenuti extracomunitari nei Paesi d’origine e per allargare le maglie della revoca della cittadinanza. Le norme europee e la giurisprudenza consolidata richiedono infatti che ogni espulsione sia valutata caso per caso, per evitare che qualcuno venga rispedito verso torture o trattamenti disumani: un principio con cui il meccanismo automatico immaginato dal partito di maggioranza potrebbe entrare in rotta di collisione.
Il provvedimento tocca due ambiti distinti. Il primo riguarda l’esecuzione della pena: chi riceve una condanna definitiva per un reato non colposo superiore a un anno dovrebbe scontarla nel proprio Paese d’origine, senza bisogno del proprio consenso, salvo i limiti fissati dal diritto internazionale. Il secondo riguarda invece la cittadinanza: la legge del 1992, che oggi permette la revoca solo per condanne legate a terrorismo o eversione, verrebbe estesa a reati come omicidio, strage, sequestro di persona, associazione mafiosa e mutilazioni genitali femminili, a patto che la persona possieda o possa riacquistare un’altra cittadinanza, per non violare il divieto di apolidia. La sanzione si applicherebbe anche a chi è stato giudicato non imputabile per infermità mentale ma ritenuto socialmente pericoloso con sentenza definitiva.
Sul fronte dei rimpatri, il testo delinea una procedura con scadenze precise: la condanna definitiva farebbe scattare la presunzione di pericolosità e verrebbe girata al Ministero della Giustizia, che avrebbe trenta giorni per avviare la pratica e altri sessanta per firmare il decreto di trasferimento, cui seguirebbe un divieto permanente di rientro in Italia. Il condannato potrebbe opporsi solo entro dieci giorni dalla notifica e solo invocando tre motivazioni: il rischio di trattamenti contrari ai diritti umani, il pericolo di pena di morte nel Paese di destinazione, oppure un danno grave e documentato alla propria famiglia. La Corte d’appello dovrebbe pronunciarsi entro trenta giorni, ma il ricorso non sospenderebbe automaticamente il trasferimento. La pena, una volta eseguita all’estero secondo le leggi locali, non potrebbe comunque mai risultare più breve di quella stabilita dai giudici italiani.
Per Fratelli d’Italia la misura risponde all’esigenza di alleggerire il sovraffollamento carcerario, che secondo i dati riportati dal partito riguarda circa 64 mila detenuti, di cui 16 mila stranieri, e si distingue dal precedente decreto rimpatri perché punta su trasferimenti obbligatori legati a condanne definitive e non su base volontaria. Dal partito ricordano anche che la misura era già nel programma elettorale e che il deposito del testo è arrivato solo ora, dopo le modifiche normative ottenute dal governo Meloni in sede europea.