Uno scarto di lavorazione, forse surriscaldato dal sole rovente, avrebbe innescato la deflagrazione che ha spezzato la vita a Carlo Piscopo. È la settima vittima in sei anni.
Chieti – C’è una fabbrica, ai piedi dell’Adriatico abruzzese, dove il lavoro continua a uccidere con implacabile regolarità. L’ex Sabino Esplodenti, oggi passata nelle mani della multinazionale turca Arca Defense Italy, ha reclamato il suo settimo morto in meno di sei anni: giovedì mattina, 9 luglio, il caporeparto Carlo Piscopo, 59 anni, è stato trafitto vicino al cuore da una scheggia sprigionata da un’esplosione improvvisa. Per lui non c’è stato nulla da fare. Lascia la moglie e due figli.
Ora la Procura di Vasto, con la pm Silvia Di Nunzio, prova a dare un nome a quel boato. E la prima, agghiacciante ipotesi è che a scatenare la tragedia sia stato un semplice scarto di lavorazione: un residuo della vecchia attività, abbandonato in un cassone su un piazzale all’aperto, che il sole implacabile e la temperatura torrida di questi giorni potrebbero aver surriscaldato fino a farlo detonare.
L’interrogativo che tormenta gli investigatori è uno solo: cosa c’era in quel cassone? Materiale che andava eliminato? Un residuo pericoloso della precedente produzione? Nel sito, dopo lo scoppio con tre morti del settembre 2023, l’attività produttiva era ferma, e l’area – un tempo usata come deposito – era sottoposta a bonifica. Anche giovedì mattina era in corso proprio un’operazione di ripulitura. Un lavoro che avrebbe dovuto mettere in sicurezza lo stabilimento e che, invece, si è trasformato nell’ennesima condanna a morte.
L’area è ora sotto sequestro e ad analizzare i reperti saranno con ogni probabilità i RIS. Al momento non risultano indagati. La salma di Piscopo si trova all’obitorio dell’ospedale di Lanciano, in attesa del trasferimento a Chieti per l’autopsia, fissata per mercoledì e affidata al medico legale Pietro Falco. La famiglia si è già rivolta all’avvocato Pompeo Del Re.
Nella deflagrazione la tragedia ha rischiato di essere doppia. Al fianco di Carlo Piscopo lavorava anche il figlio Angelo, che pochi minuti prima si era allontanato a causa di un malore rivelatosi provvidenziale: quel piccolo cedimento fisico gli ha salvato la vita. Il giovane, sconvolto, è stato ascoltato dai carabinieri, che hanno raccolto anche le testimonianze della decina di operai presenti sul piazzale. Uno di loro, un 52enne di Montecilfone residente a Vasto, è rimasto ferito in modo lieve da una scheggia al braccio.
Attorno a questa fabbrica si allunga un’ombra sempre più cupa. Sette lavoratori uccisi dal 2020: tre nel dicembre di quell’anno, altri tre nel settembre 2023, e ora Carlo Piscopo. Uno stabilimento in piena riconversione per tornare a produrre munizioni, dove ogni operazione – persino la semplice pulizia – sembra portare con sé il rischio della morte. E mentre gli investigatori cercano risposte, resta il peso di una domanda che l’intero Abruzzo si porta dietro da troppo tempo: quante altre vite dovrà ancora chiedere questa fabbrica?