Ricina, gli specialisti tedeschi nella casa della tragedia: riascoltati tre testimoni chiave

A Pietracatella il sopralluogo dei periti del Robert Koch di Berlino, chiamati a stanare il veleno che ha ucciso Antonella e Sara.

Campobasso – È in una palazzina di via Risorgimento, nel piccolo borgo molisano dove fino allo scorso dicembre vivevano Sara Di Vita, appena 15enne, e la madre Antonella Di Ielsi, che nella mattina di giovedì 30 luglio è iniziata la caccia più delicata dell’intera inchiesta. Transennata l’area, decine di agenti a presidiare le strade, sono entrati soltanto loro: gli specialisti del Robert Koch-Institut di Berlino, tra i massimi esperti mondiali di veleni, chiamati a scovare le tracce della ricina che ha spezzato due vite in una manciata di giorni.

A guidare le operazioni ci sono Christian Herzog e la dottoressa Silvia Worbs, arrivati in Molise insieme agli agenti della polizia scientifica tedesca. Con loro lavorano la Squadra Mobile, la Polizia Scientifica italiana e i consulenti nominati dalla Procura di Larino. Avvocati e periti di parte seguono tutto da remoto, chiusi in un camioncino a pochi passi dall’edificio. Sul posto è voluta esserci anche la procuratrice Elvira Antonelli, che non si fa illusioni sui tempi: “Niente risultati immediati, i campioni dovranno essere processati in Germania”.

L’obiettivo è uno solo: trovare tracce residue del veleno su mobili, indumenti, pavimenti, arredi e superfici. Perché la ricina, tossina invisibile un tempo usata come arma biologica nella Guerra Fredda, non lascia impronte facili. E l’ispezione serve a capire come sia stata introdotta e somministrata in quella casa, un passaggio che gli investigatori considerano decisivo per dare finalmente un nome all’assassino.

Il fascicolo, infatti, resta aperto contro ignoti, per duplice omicidio aggravato dalla premeditazione e dall’uso del mezzo venefico. Ma proprio in questi giorni l’inchiesta ha cambiato passo. La procuratrice ha disposto nuovi interrogatori: sono state riascoltate tre persone già sentite nei mesi scorsi. Da un lato una coppia di insegnanti, una professoressa e il marito, che conoscevano bene la famiglia Di Vita. Dall’altro la donna di Pietracatella indagata per favoreggiamento, le cui dichiarazioni non collimerebbero con quanto emerso dalle indagini: avrebbe escluso tensioni tra Gianni Di Vita e la moglie Antonella, mentre le chat WhatsApp analizzate racconterebbero un’altra storia.

Su un fronte, almeno, sembra farsi chiarezza. L’autopsia depositata a giugno tende a escludere responsabilità dei cinque medici dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, indagati per omicidio colposo: nessun trattamento avrebbe potuto salvare le due donne. La quantità di veleno ingerita era troppo alta, non esiste un antidoto e il decorso è stato fulminante. Le analisi collocano l’assunzione della tossina, per via orale, tra il 23 e il 24 dicembre. I primi sintomi la mattina di Natale. Poi il silenzio di una casa che oggi gli investigatori tornano a interrogare, stanza per stanza.