Venti giorni dopo la riapertura dello stretto di Hormuz i prezzi sono crollati ai livelli pre-guerra e le petroliere restano invendute.
Fino a due mesi fa il mondo tremava per la peggiore crisi energetica di sempre, con il barile schizzato a 126 dollari e lo spettro di aerei a terra e prezzi alle stelle. Oggi, incredibilmente, il problema è opposto: sui mercati c’è troppo petrolio. Ad appena venti giorni dall’accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran che ha riaperto lo stretto di Hormuz, l’offerta di greggio ha travolto la domanda e i prezzi sono precipitati. Il Brent, uno dei principali indici mondiali, è tornato sotto i 72 dollari al barile, gli stessi livelli del 27 febbraio, il giorno prima che Stati Uniti e Israele attaccassero l’Iran. Un ribaltamento su cui, fino a poche settimane fa, nessuno avrebbe scommesso un centesimo.
Il modo in cui siamo arrivati fin qui è tanto complesso quanto sorprendente. La crisi energetica dei mesi di guerra era stata davvero la peggiore della storia recente: l’Agenzia internazionale dell’energia l’aveva bollata come la più grave di sempre per il mercato petrolifero globale. Il 30 aprile il Brent aveva toccato il picco di 126 dollari al barile, il massimo dalla crisi del 2022.
Gli economisti più accreditati erano concordi: la crisi sarebbe stata durissima e ci sarebbero voluti mesi, forse anni, per tornare alla normalità. I più catastrofisti avevano perfino previsto che entro l’estate volare sarebbe diventato un lusso impossibile e che una spirale d’inflazione avrebbe fatto impennare tutti i prezzi. Qualche conseguenza grave c’è stata, soprattutto nei paesi del sud-est asiatico più dipendenti dalle forniture del Golfo. Ma il disastro annunciato non si è materializzato. Al punto che l’Economist, uno dei settimanali economici più prestigiosi del mondo, ha chiesto scusa ai lettori per aver sbagliato tutte le previsioni: “Siamo stati battuti dal mercato”, si è arreso, ammettendo che si è dimostrato più resistente di qualunque calcolo.
Cos’è successo davvero? Prima di tutto, appena riaperto lo stretto, le decine di petroliere bloccate da mesi nel Golfo Persico sono partite tutte insieme, riversando greggio sul mercato in un colpo solo. Poi la produzione è ripresa più in fretta del previsto: l’Arabia Saudita è già tornata al 90 per cento dei livelli pre-guerra, seguita da Emirati e Kuwait. È tornato disponibile anche il petrolio iraniano, prima off-limits per le sanzioni ora sospese da Washington, mentre Stati Uniti, Canada e Brasile hanno spinto sulla produzione, con gli americani a un nuovo record.
A questa marea di greggio non ha però corrisposto abbastanza domanda. Il grande assente è la Cina, passata da oltre 11 milioni di barili al giorno importati durante la guerra ai circa cinque attuali: Pechino ha deciso di attingere alle sue enormi riserve per tenere bassi i prezzi interni, e tornerà a comprare solo con calma, per approfittare delle quotazioni convenienti. Il risultato è paradossale: negli ultimi giorni ci sono state petroliere cariche di greggio che non sono riuscite a vendere nulla, perché nessuno lo voleva. Appena due mesi fa i paesi si facevano la guerra a colpi di rialzi per accaparrarsi le poche navi disponibili.
A confermare l’inversione, la stessa OPEC+ ha deciso di aumentare la produzione di 188.000 barili al giorno da agosto, quinto rialzo mensile consecutivo. Sul futuro, però, le banche d’affari non sono d’accordo: Morgan Stanley prevede prezzi stabili sui 75 dollari fino a fine anno, Citi scommette addirittura su un crollo a 60 dollari.
Attenzione, però, a fidarsi troppo. Così come erano inaffidabili le previsioni catastrofiste, anche queste vanno prese con le pinze, perché tutto può ancora cambiare. Una ripresa della guerra rimetterebbe il razionamento sul tavolo. La Cina e gli altri paesi potrebbero tornare a comprare in fretta per riempire le riserve svuotate, facendo rimbalzare i prezzi. E i produttori potrebbero decidere di tagliare la produzione per sostenere le quotazioni: una mossa che però tradirebbe la fiducia faticosamente riconquistata coi partner commerciali. Per ora, sul mercato del petrolio, l’unica certezza è che le certezze non esistono.