OVER 65 TANTI, ANZI TANTISSIMI

Il loro numero è aumentato in tutto il pianeta e nel 2050 saranno più di due miliardi e l’età media pare continuerà a crescere. Risorse vitali a parte.

Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, negli ultimi cento anni, l’aspettativa di vita è cresciuta più che nei precedenti 5 secoli. E’ stato stimato che, nel 2050, circa due miliardi di persone nel mondo avranno più di 65 anni e che, in Italia, ci saranno 74 persone al di sopra dei 65 anni per ogni 100 persone di età compresa tra 20 e 64 anni.

L’allungamento delle prospettive di vita è una buona notizia, ma le implicazioni di queste dinamiche sono molteplici, sia in ambito sociale sia nel campo della salute e dei costi dell’assistenza sanitaria. La sfida posta dall’invecchiamento della società mette inevitabilmente in discussione i tradizionali modelli di organizzazione sanitaria, sociale ed economica, che spesso vedono nell’anziano un problema anziché una risorsa. Soprattutto, è inevitabile pensare alla necessità di un cambiamento culturale per garantire una piena vita attiva agli anziani.

Si comincia a parlare più spesso di invecchiamento da un punto di vista scientifico e sociale, come è avvenuto al convegno internazionale organizzato dalla Fondazione Ferrero di Alba in collaborazione con l’Accademia di Medicina di Torino e con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Un evento di eccellenza che si è svolto sotto l’alto Patrocinio del Parlamento Europeo. In questa direzione la Fondazione Ferrero, impegnata fin dal 1983 nel miglioramento della qualità della vita della persona anziana, ha proposto, attraverso innovativi modelli di welfare aziendale, dei percorsi di invecchiamento attivo ai propri lavoratori anziani, sia quando ancora occupati sia dopo il pensionamento.

Il fine non è la semplice assenza della malattia ma il raggiungimento e il mantenimento di uno “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale”: secondo questa definizione, data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la salute è il risultato di un processo dinamico in cui realizzare se stessi grazie alla presenza degli altri.


L’iniziativa è partita con una serie di servizi rivolti ai dipendenti e pensionati dell’azienda di Alba con almeno 25 anni di servizio. Si spazia dall’attività fisica al monitoraggio medico, dalle iniziative culturali all’organizzazione di gruppi di volontariato. I frutti del programma, studiati nell’ambito di una ricerca in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore e con l’Asl di Alba-Bra, ha spiegato il responsabile medico-scientifico della Fondazione, Ettore Bologna, dimostrano come “gli interventi abbiano favorito un invecchiamento più attivo e partecipe, migliorando la qualità della vita e la sopravvivenza dei partecipanti, con ricadute positive anche sulla spesa sanitaria pubblica grazie alla diminuita necessità di cure”.

L’aumento della longevità offre anche opportunità sociali. “Partecipare a una vita in cui si possono imparare nuove cose, in cui la capacità residua dell’anziano può venire fuori, in cui la persona anziana può e deve rendersi conto che è ancora molto utile alla società, deve rimettersi in gioco. Questo fa si che soprattutto sul deterioramento cognitivo abbiamo un rallentamento dei meccanismi”, conclude il direttore scientifico della Fondazione Ferrero.

Anche Andrew Stephens, docente di psicologia alla University College London, che si occupa spesso di ricerche sulla terza età, afferma che “Dobbiamo ricordare che le persone che oggi consideriamo anziane, diciamo coloro dai 65 anni ai 70 e oltre, sono assai diverse dagli anziani di una volta“.

Nuovi studi in materia smentiscono l’opinione diffusa che la vecchiaia sia un’età triste e priva di stimoli: al contrario, rivelano ricerche su larga scala condotte in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, gli anni dopo la pensione possono risultare pieni di gratificazioni e soddisfazione, anche se in parte di tipo diverso dalle aspettative che uno aveva da giovane.

A tale proposito occorre citare un esperimento condotto su 6710 volontari della terza età, per sottoporli a un controllo a distanza durato 12 anni, tenendo nota del numero di volte che andavano ad assistere a una rappresentazione teatrale o a un concerto, che visitavano un museo o una galleria d’arte. In 12 anni un terzo dei volontari è deceduto e la correlazione tra i comportamenti dei singoli individui del gruppo ha permesso di stabilire che chi svolgeva un’attività culturale saltuaria, una volta ogni qualche mese, aveva un’aspettativa di vita del 14% superiore a quella di chi non ne svolgeva affatto. Questa percentuale è più che raddoppiata tra quelli che andavano a teatro o ad un museo almeno una volta al mese, toccando il 31%.

I ricercatori della University College London, inoltre,  utilizzando i dati di un sondaggio su 6.879 anziani, con un’età media di 65 anni, che vivono in Inghilterra, ha verificato che il sesso nella terza età promuove la salute ed è associato a una migliore attitudine verso la vita.

La conferma arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Sexual Medicine, che consiglia ai medici di non sorvolare sull’argomento con i propri assistiti, così come in genere si tende a fare.

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