NADA CELLA CONOSCEVA IL SUO ASSASSINO?

Sospetti tanti ma nessuna prova. Qualche screzio fra inquirenti e la contaminazione della scena del crimine hanno contribuito alla mancata risoluzione del caso. La vittima attende giustizia da 23 anni.

E’ il 6 maggio 1996, siamo a Chiavari, in provincia di Genova. Ricomincia le settimana e il commercialista Marco Soracco, verso le 9.10 esce di casa, percorre una rampa di scale e scende al secondo piano, interno 6, dove ha il suo studio. Ma quello non sarà un lunedì mattina come tutti gli altri: una volta entrato in studio, sentirà un rantolo e troverà la sua segretaria ventiquattrenne, Nada Cella, stesa per terra in una enorme pozza di sangue, con il volto tumefatto, gli occhi sbarrati e ancora agonizzante.

Soracco chiamava il 113 e la volante arrivava dopo pochi minuti. Verso le 9.20 giungeva sul posto, al civico 14 della centrale via Marsala, anche l’ambulanza. Nada si trovava supina sul pavimento tra la scrivania e il muro della stanza tant’è che i barellieri furono costretti a spostare la scrivania per sollevarla. Adagiarono la giovane donna sulla lettiga ma durante il trasporto in ospedale Nada ebbe una successiva emorragia, come confermò anche Andrea Grillo, infermiere e suo amico d’infanzia che quel giorno era di turno proprio sul mezzo di soccorso che trasportava la poveretta.

Nada Cella

Inizialmente sia i soccorritori, che il commercialista oltre alla madre e alla zia del professionista, pensarono ad una brutta caduta ma i medici del pronto soccorso si accorsero subito che la segretaria era stata vittima di una brutale e feroce aggressione. Il suo corpo, infatti, presentava tumefazioni al volto, alle braccia e sul petto, inoltre la ragazza era stata colpita alla testa almeno otto volte con un corpo contundente dotato di spigoli e poi spinta così violentemente contro un altro corpo contundente, largo e piatto, da provocarle l’appiattimento del cranio.

Trasferita al San Martino di Genova, e nonostante un intervento chirurgico d’emergenza e diversi tentativi di rianimazione, Nada spirava alle 14.10. Ma chi era la segretaria del dottor Soracco? A detta di molti una ragazza molto riservata che lavorava da 5 anni in quello studio in modo scrupoloso e diligente, ma che aveva dato a intendere ai familiari di non essere contenta di quel lavoro. “Odio quel cretino che devo sopportare. Me ne voglio andare, ma non so dove sbattere la testa” scriveva la vittima nella sua agenda Smemoranda ritrovata su un mobile dagli inquirenti. Quella vita di provincia, forse, le andava un po’ stretta e, per ampliare i propri orizzonti, frequentava corsi di inglese e francese.

Il suo datore di lavoro, all’epoca dei fatti, aveva 34 anni, era scapolo, un po’ impacciato, cattolico osservante, viveva insieme alla madre e alla zia. Il padre, ex direttore del Dazio e poi dell’ufficio anagrafe del comune di Chiavari, era morto due anni prima. Il 12 maggio l’uomo veniva iscritto nel registro degli indagati. Il professionista aveva accolto la notizia con estrema freddezza, quasi non lo riguardasse. Alcune piccole contraddizioni durante il primo interrogatorio e la testimonianza di Paolo Bertuccio, suo amico e collega, a cui Soracco avrebbe detto:”E poi ci sarà la botta. Se ne parlerà molto. La segretaria se ne andrà via…”, fecero di lui il primo sospettato. Successivamente Soracco negò di avere avuto questa conversazione mentre la madre, Marisa Bacchioni, dichiarò che il figlio non aveva interesse per la sua segretaria in quanto i due erano troppo simili caratterialmente. Ma che cosa significa? Forse Marco Soracco nutriva lo stesso dell’attrazione nei riguardi della povera Nada? Fatto sta che il 18 luglio 1997 l’uomo veniva prosciolto da ogni accusa e il caso veniva archiviato.

Marco Soracco

Sul registro degli indagati vennero iscritti anche altre persone: un’amica di Nada che abitava in un palazzo vicino via Marsala, una ragazza psicolabile che viveva nello stabile, una donna che in quel periodo frequentava lo studio e corteggiava il commercialista, un finanziere che la mattina dell’omicidio era andato in lavanderia e un non meglio identificato amico di Nada, proprietario di un’auto blu, con cui la ragazza litigava spesso. Tutti sospettati che risultarono avere un alibi di ferro o che, comunque, sarebbero risultati estranei ai fatti. Il sabato prima di essere uccisa, la ragazza si recò verso le 9.30 in ufficio, cosa che in cinque anni non aveva mai fatto in quanto trascorreva i fine settimana ad Alpepiana di Rezzoaglio, un paese in provincia di Genova. La ragazza, appena entrata in studio, trovò la signora Pacchioni insieme alla donna delle pulizie. Nada giustificò la sua presenza con alcune pratiche urgenti che doveva sbrigare e si consultò telefonicamente con Soracco, lavorò al computer da cui estrasse un floppy disk che la ragazza ripose nella sua borsa. La madre del commercialista vide il gesto della giovane ma non gli diede peso. Nada usci poi dallo studio alle 10.07 ma di quel floppy disk si persero le tracce e non fu mai repertato in atti. Nella borsa della vittima, invece, verrà ritrovato il libretto di lavoro e pochi altri effetti personali. Dalle indagini della Scientifica risultò un particolare inquietante: il computer dello studio era già stato acceso quel sabato alle 8.15. La segretaria era già stata i ufficio oppure qualcun’altro aveva rimaneggiato il Pc?

Via Marsala.

Anche il lunedì mattina, dopo aver accompagnato la madre Silvana Smaniotto al lavoro, la giovane arrivò in ufficio prima del solito, tanto che il computer risultò acceso dalle 7.51 e l’ultima stampa venne effettuata alle 8.50. La signora Lavagna, una vicina dal primo piano, sentì un tonfo lungo e prolungato alle 9.01, mentre guardava l’orologio. Un’altra condomina, la signora Simoncini, disse di aver sentito poco prima delle 9.00 qualcuno che scendeva dalle scale per poi entrare nello studio. Un’altra vicina di casa confidò alla madre di Soracco di avere sentito delle urla. L’assassino uscì dallo studio ricoperto di sangue e non fu notato da nessuno? Cosi conciato dove si era nascosto?

Le indagini, coordinate dal Pm Filippo Gebbia, si rivelarono da subito difficili. Sulla scena del crimine c’erano macchie di sangue sulle pareti e sui mobili, alcuni capelli su una parete, la borsa e gli occhiali della vittima per terra e un paio di chiavi di cui una spezzata. Ogni reperto era stato contaminato e non vennero fatti i rilievi necessari perché inizialmente non si pensò ad un omicidio.

A tali errori si aggiunse la madre di Soracco che si armò di secchio, acqua e straccio per ripulire il pianerottolo e lo studio tanto che i poliziotti dovettero intervenire per fermarla ma fu tutto inutile. A questi imperdonabili errori si aggiunsero anche forti contrasti tra Gebbia e la squadra Mobile di Genova alla quale fu negato di intercettare le conversazioni fra i condomini. Stessa cosa per i prelievi finalizzati agli esami del Dna: non vennero autorizzati per meri cavilli legali.

Un vecchio Floppy disk

Nel 1999 si seguì una pista che portava a tale Sergio Truglio, assassino di una prostituta che conosceva Nada, ma fu un ennesimo buco nell’acqua. Nel 2002, il procuratore Luigi Carli, su richiesta della mamma di Nada, riaprì l’inchiesta. Nel 2004 la polizia iniziò ad indagare su alcuni vicini cittadini albanesi, vicini di casa di Nada, già coinvolti nell’inchiesta sulla mafia Kanun, ma anche questo filone d’indagine non portò a nulla. Nel 2011, il sostituto procuratore di Chiavari, Francesco Brancoccio, chiese alla squadra Mobile genovese alcuni atti del 1996 contenuti nel fascicolo perché c’era la possibilità che gli indizi repertati prima, alla luce delle moderne tecnologie investigative, potessero rivelare qualcosa di nuovo.

Dal 2017, i poliziotti della Scientifica di Genova, lavorando in gran segreto con l’aiuto del programma importato dall’Fbi americano ImaQuest, stavano per ricomporre un’impronta digitale che, con molta probabilità, poteva appartenere all’assassino. Tale traccia era stata rilevata in una posizione ben precisa corrispondente ad un punto particolare della tappezzeria nell’ufficio della segretaria. L’orma era riconducibile al segno di una mano sinistra con il pollice rivolto verso il basso, come se qualcuno si fosse appoggiato al muro per riprendere l’equilibrio mentre colpiva la vittima. Il lavoro dell’impronta sarà confrontato con quello compiuto recentemente su un altro indizio ritenuto fondamentale, ovvero una macchia impercettibile che ha permesso di ricavare il sangue di una donna. Non si è abbandonata nemmeno l’indagine sul bottone di metallo con inciso una stella ritrovato sotto la scrivania, di marca Great Seal of the state of Aklahoma 1907, marchio non brevettato e sul mercato da più di 20 anni, che non risulta appartenere né alla giovane vittima, né ad altre persone. A distanza di 24 anni non si è ancora dato un volto al colpevole di questo efferato omicidio, che in un attimo di pura follia omicida ha messo fine ai sogni e alle aspirazioni di una tranquilla ragazza di provincia.

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