Milano corre sulle spalle di 200mila lavoratori sottopagati

Una ricerca di PoliS Lombardia ha certificato che nel capoluogo meneghino un occupato su cinque guadagna (troppo) poco.

Milano – Dietro le vetrine del lusso, i grattacieli della finanza e i ristoranti sempre pieni, Milano nasconde una manodopera che tiene in piedi l’economia cittadina restando quasi invisibile. Lo dimostra il cantiere del nuovo Consolato degli Stati Uniti, dove le indagini hanno portato alla luce lo sfruttamento di decine di operai indiani, arruolati direttamente nel loro Paese e pagati meno di 3 euro l’ora.

Le testimonianze raccolte descrivono turni imposti senza possibilità di rifiuto, pena il rimpatrio immediato, giornate di malattia trasformate in decurtazioni dello stipendio e un incidente sul lavoro rimasto senza soccorso: un operaio, secondo un collega, sarebbe caduto dalle scale facendosi male senza che venisse mai chiamata un’ambulanza.

Questo episodio, per quanto clamoroso, è solo la punta di un fenomeno molto più ampio. Secondo la ricerca condotta da PoliS Lombardia, nella Città metropolitana di Milano sono oltre 200 mila i lavoratori che percepiscono una retribuzione inadeguata. Si tratta di una fetta importante della classe operaia: il 18,8% del totale degli occupati. Un esercito che comprende chi consegna pasti in bicicletta, chi scarica merci prima dell’alba, chi cuce capi destinati alle boutique di lusso e chi sorveglia, senz’armi, gli ingressi di banche e ospedali.

A far emergere le dimensioni reali del problema sono state proprio le inchieste della Procura milanese, che ricostruendo le catene di appalti e subappalti hanno portato alla regolarizzazione o all’assunzione di 69mila lavoratori. I filoni investigativi hanno toccato colossi della logistica come Amazon Italia Transport, Dhl, FedEx, della grande distribuzione come Esselunga, Carrefour-Gs e Iperal, fino ai sequestri più recenti a carico di Bcube, Bonzai e Fiege Logistics Italia. I giuslavoristi Ilario Alvino e Orsola Razzolini, analizzando questi procedimenti, hanno evidenziato come diverse aziende avessero organizzato la propria attività attraverso filiere di appalti costruite apposta per generare sfruttamento e forme di caporalato.

I dati sulla popolazione straniera restituiscono il quadro più allarmante: oltre il 40% dei lavoratori non italiani percepisce una paga sotto la soglia del basso salario, contro l’11% registrato tra gli italiani. Il Dossier Idos conferma questa forbice anche sul fronte dei redditi, con un lavoratore extracomunitario in Lombardia che dichiara mediamente 15.901 euro l’anno, quasi 10mila in meno rispetto alla media generale di 25.259 euro.

Per settori, il lavoro povero si concentra soprattutto nell’ospitalità e nella ristorazione, dove il 42,6% dei dipendenti resta sotto la soglia salariale minima, con punte superiori al 60% negli altri servizi collettivi e personali come pulizie, manutenzione e vigilanza. I controlli confermano questa fragilità diffusa: nel 2025 l’Ispettorato nazionale del lavoro ha condotto 2.017 ispezioni nell’area metropolitana milanese, riscontrando irregolarità nel 60,6% dei casi. Sono stati 6.048 i lavoratori tutelati, tra cui 274 completamente in nero, 89 vittime di caporalato o sfruttamento e 3.387 coinvolti in fenomeni di interposizione illecita di manodopera.

Anche il settore della moda non è immune: le grandi maison affidano la produzione a fornitori che a loro volta la subappaltano a piccoli laboratori, dove si registrano turni estenuanti e, in alcuni casi, operai costretti a vivere negli stessi ambienti in cui lavorano. Le amministrazioni giudiziarie hanno coinvolto realtà come Armani Operations e Manufactures Dior. Diverso il meccanismo nel food delivery, dove è l’algoritmo delle piattaforme a distribuire ordini e turni, mentre società intermediarie reclutano soprattutto lavoratori migranti per portare a termine le consegne.