Il caporalato dilaga a macchia d’olio specie al Sud

Nonostante gli interventi di repressione il fenomeno deviante è più presente che mai specie nel comparto agricolo dell’Italia pensinsulare. Occorre tolleranza zero.

Caporalato un fiume carsico che produce sfruttamento e morte. Il 1° giugno 4 braccianti agricoli stranieri, 3 afghani e 1 pakistano, di età compresa tra i 19 e i 29 anni, sono stati arsi vivi in un furgone. Il motivo? Volevano ottenere il giusto compenso per il lavoro svolto e si erano rifiutati di stare fino a 10 persone in una stanza.

Due presunti caporali pakistani sono stati fermati e rinchiusi in carcere. Puntualmente il fenomeno del caporalato in agricoltura ed in altri comparti dell’economia riaffiora quando ci scappa il morto per poi scordarsene. In realtà è presente tutti i giorni. Si fanno acute indagini, si accendono le luci dei riflettori ma il problema resta. Il fenomeno deviante è un’intermediazione illecita e sfruttamento della manodopera.

Riconfigura il mercato del lavoro attraverso un rapporto trilaterale: il datore di lavoro, il lavoratore (soggetto fragile e ricattabile) e il “caporale“, che agisce come intermediario non ufficiale, appropriandosi di parte della retribuzione e imponendo condizioni di vita e di lavoro degradanti.

Il caporale non si limita a procacciare lavoro a basso costo ma è un attore sociale ed economico che detiene il monopolio sulle vite dei lavoratori. Esercita il proprio potere attraverso il controllo di servizi essenziali (trasporto, alloggio, approvvigionamento di cibo) che rendono il lavoratore totalmente dipendente dal suo potere. I lavoratori sono costretti ad essere pagati a giornata con importi molto inferiori ai minimi contrattuali e subiscono trattenute illecite per i servizi forniti dal caporale.

Lavorano senza copertura contributiva e fiscale, riposi e sicurezza e con turni fino a 12-14 ore al giorno. Il fenomeno prospera grazie alla marginalizzazione sociale dei lavoratori (spesso immigrati o manodopera stagionale), che vengono privati del potere contrattuale e isolati dal contesto sociale circostante. Vivono (si fa per dire), infatti, in baraccopoli, abbandonati come reietti, in condizioni igieniche e sanitarie precarie. Ad alimentare il fenomeno è la forte richiesta di manodopera.

Il fenomeno deviante è in netto aumento specie nel Sud Italia

Secondo l’ANSA, la nota agenzia giornalistica italiana, ad esempio, in Calabria il 69% delle aziende agricole è illegale. Su tutto il territorio nazionale sono 200 mila i lavoratori invisibili nell’agricoltura, pari al 30% degli addetti, di cui 55 mila donne. Secondo i dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL), l’agenzia governativa italiana del Ministero del Lavoro, che si occupa di tutelare i lavoratori e garantire il rispetto delle norme contrattuali, previdenziali e di sicurezza nei luoghi di lavoro, i lavoratori soggiogati dal caporalato sono stati 895.227 in agricoltura.

Secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto, un ente di ricerca della CGIL, per lo studio e il monitoraggio delle infiltrazioni mafiose, del caporalatoe dello sfruttamento lavorativo nella filiera agroalimentare italiana, è proprio la mancata regolarizzazione dei migranti quando arrivano che incentiva il caporalato e i crimini ambientali. Inoltre, anche quelli “regolarizzati”, si trovano in una sorta di “zona grigia”: turni lavorativi più lunghi dell’orario stabilito o giornate dichiarate in maniera difforme.

Queste forme di irregolarità diffusa, anticamera del caporalato vero e proprio, sono note ai più quando restano sotterrane. Allorché appaiono in superficie si manifesta stupore, quando invece lambiscono le nostre vite quotidianamente. Si recita sempre lo stesso copione.

Dalla rivolta di Rosarno, in Calabria, del 2010, scatenatasi dopo un agguato in cui 2 braccianti agricoli furono feriti con colpi di arma da fuoco fino ai più recenti drammatici casi, ci si indigna, si protesta, poi cala il silenzio fino al prossimo morto. E la giostra continua.