Michele Landa, un uomo coraggioso vittima di camorra

Vent’anni fa il metronotte montava di guardia del tutto ignaro di quello che gli sarebbe successo qualche ora più tardi.

Caserta – Aveva 62 anni, 24 di servizio, e gli mancava un mese per andare in pensione ma fu ucciso e bruciato all’interno della sua auto il 6 settembre 2006.

Michele Landa era un metronotte originario di Mondragone e il 5 settembre di vent’anni fa aveva preso servizio alle ore 22 presso il ripetitore telefonico Vodafone di Pescopagano, senza immaginare che qualche ora più tardi sarebbe rimasto vittima di un agguato di camorra, in cui veniva brutalmente assassinato con un colpo di pistola. I sicari, subito dopo, davano alle fiamme il cadavere adagiato sul sedile lato guida della sua Fiat 600.

Una fine impensabile per un uomo semplice, un padre di famiglia con un’unica passione: coltivare il suo orto. E il desiderio di arrivare al pensionamento per godersi le gioie delle piccole cose, dopo una vita di sacrifici. Un sogno interrotto bruscamente a causa di un lavoro che non amava in una cittadina che per criminalità, prostituzione e spaccio, aveva superato ogni limite. Landa però aveva deciso di indossare ancora quella divisa per poi consentire a suo figlio di entrare al suo posto.

La tragica morte della guardia giurata lasciò familiari, amici e conoscenti senza parole. Non c’erano ragioni per una esecuzione tanto cruenta.

L’incubo dei Landa era iniziato nelle prime ore del 6 settembre del 2006. Michele staccava da lavoro alle 6 ma quella mattina non era rientrato a casa. Moglie e figli, dopo una lunga ed estenuante attesa, avevano deciso di cercare il congiunto telefonando in azienda. Nessuno sapeva nulla. In serata la famiglia ne denunciava la sparizione ma la richiesta non veniva accolta perché formulata ancora prima delle canoniche 24 ore previste dalla legge.

A quel punto figli e amici della vittima si adoperavano nelle ricerche dell’uomo perlustrando per intero la cittadina di Pescopagano, i centri limitrofi e finanche gli ospedali. Ma del 62enne non c’erano tracce. Intanto il tempo trascorreva e, dopo qualche giorno e ulteriori solleciti, i carabinieri facevano decollare un elicottero affinché le ricerche dall’alto risultassero più efficaci. Tutto inutile. Che fine aveva fatto il povero vigilante?

Per quattro giorni e quattro notti il buio più totale, di Michele nessuna notizia. Solo a mezzanotte del 10 settembre un avvocato amico di uno dei figli dello scomparso raggiungeva casa Landa per comunicare che alle 19 un cacciatore aveva scoperto in una località di campagna, a circa 3 chilometri dal ripetitore telefonico, una Fiat 600 bruciata con quello che sembrava un corpo carbonizzato a bordo.

Anche quella tragica notizia non aveva fatto perdere le speranze ai familiari di ritrovare il metronotte ancora vivo. Avevano escluso che quei poveri resti potessero essere di Michele. Lui era un uomo troppo tranquillo, perché qualcuno gli avrebbe fatto del male?

Moglie e figli decidevano di fare un sopralluogo in zona per rendersi conto di persona della grave situazione. di persona. In quella maledetta contrada scoprivano che l’auto bruciata era quella di Michele e quel che rimaneva di quel corpo martoriato dalle fiamme poteva essere del pover’uomo. Ma per stabilire il macabro particolare con certezza si sarebbe dovuto attendere l’esito dell’esame del Dna.

All’epoca i ripetitori telefonici ed altri dispositivi erano nel mirino della camorra

L’esame peritale e le indagini della Scientifica davano le loro terribili risposte: il corpo carbonizzato era proprio quello di Michele Landa. Gli inquirenti confermavano anche che l’uomo sarebbe stato attinto da un colpo di pistola alla nuca mentre svolgeva il suo lavoro con dedizione e coraggio.

L’assassinio, come altri omicidi consumati in Campania, è rimasto un cold-case.

Che siano stati i Casalesi, già avvezzi a furti di batterie industriali, schede tecnologiche e dispositivi di telefonia mobile, non ci sarebbero stati dubbi ma sono mancate le prove. Il clan egemone di quella zona ancora oggi minacciava i gestori delle reti mobili di attentati alle apparecchiature se non avessero pagato un cospicuo riscatto.

Probabilmente quel ripetitore della Vodafone era già nel mirino della cosca e quella guardia giurata dava assai fastidio e si doveva eleminare col solito metodo mafioso. La terribile vicenda si trasformava bel presto in una delle tante sconfitte dello Stato e della Giustizia. Tant’è che Landa veniva iscritto nella lista delle Vittime innocenti della criminalità organizzata. Davvero una magra consolazione.