Il 3 ottobre 2001 una donna viene crivellata di colpi davanti alla sua azienda. Venticinque anni dopo nessuno ha ancora pagato per quella morte.
Ogliastra – C’è una pianura in Ogliastra, ai piedi del Gennargentu, dove il vento porta con sé storie che nessuno vuole raccontare ad alta voce. È lì, a Villanova Strisaili, frazione di Villagrande, che sorge, o meglio, sorgeva, la Barbagia Flores: cinquantamila metri quadrati di serre tecnologiche, un sogno imprenditoriale diventato prima un gioiello e poi un cimitero di ambizioni, di soldi, di vite umane.
Tutto comincia con uno sguardo. Stefano Wallner, imprenditore veronese, e sua moglie Rosanna Fiori, sassarese, posano gli occhi su quella distesa selvaggia e bruciata dal sole e vedono ciò che altri non riescono a vedere: il futuro. Negli anni Novanta fanno crescere in quel lembo di Sardegna una struttura capace di produrre quattro milioni di piante destinate ai mercati esteri. Un’impresa straordinaria per quei luoghi e per quei tempi.
Ma la terra, qui, ha memoria lunga. E non perdona chi viene da fuori a dettare le regole.
È il 3 ottobre 2001: sono da poco passate le 8.00 del mattino quando Rosanna esce di casa e sale in macchina. Gli operai stanno arrivando, il cancello è ancora chiuso. Sta inserendo la retromarcia, quando da un boschetto di querce sbucano due figure armate di fucili a pallettoni. La scarica la investe in pieno. Rosanna muore quasi sul colpo.
Una morte brutale, studiata, eseguita con la precisione di chi non vuole testimoni e sa di avere tempo. Nessuna fuga precipitosa, nessuna esitazione: quegli spari portano il peso di una decisione maturata a lungo.
Rosanna Fiori ha 55 anni, tre figli e un’azienda che sta franando sotto una valanga di debiti e insolvenze. Ha anche qualcosa di più pericoloso: sa troppe cose e le dice. Ha fatto nomi e cognomi alla polizia, ai carabinieri, alla Criminalpol. Ha depositato denunce. Si muove in un territorio dove il silenzio non è soltanto un’abitudine: è una legge non scritta. Lei quella legge la infrange, convinta, forse ingenuamente, forse per disperazione, che la protezione possa arrivare dagli stessi ambienti oscuri che la circondano. Caparbia, determinata, crede di poter usare le stesse armi dei suoi nemici. E quella convinzione le costa la vita.
La Barbagia Flores non è solo un’impresa in difficoltà. È diventata il centro di una ragnatela di interessi, risentimenti, potere locale. Tra il 1998 e il 2001 si susseguono attentati, minacce, lettere anonime, scritte intimidatorie. Qualcuno vuole che Rosanna se ne vada perché ha messo gli occhi sulla sua azienda.
Le indagini si muovono in un clima che il procuratore capo di Lanusei, Domenico Fiordalisi, definisce senza mezzi termini “di stampo mafioso”, aggravato da anni di vuoto alla guida della Procura. Il quadro che emerge è quello di un delitto con movente economico: qualcuno vuole impadronirsi del patrimonio aziendale; qualcun altro ha un conto aperto con la vittima, un licenziamento da vendicare. Nel mirino finiscono quattordici persone. Tra i presunti mandanti figurano il contabile Flaviano Stochino e l’ex dipendente Daniela Depau. Tra i presunti esecutori Marco Serra e il latitante Marcello Ladu.
Ma il caso si allarga e inghiotte altri corpi. Secondo l’accusa, prima di uccidere Rosanna qualcuno elimina un cacciatore beneventano, Francesco Giamattei, per rubargli il fucile poi usato nell’agguato. E i fratelli Buttau, uccisi negli anni successivi, cadono perché sanno troppo su chi ha premuto il grilletto quella mattina di ottobre. Un omicidio che si moltiplica come cerchi nell’acqua.
Quando il processo approda in Corte d’Assise a Cagliari, l’accusa chiede cinque ergastoli e pene accessorie per sette imputati. Tre anni di udienze, perizie balistiche, intercettazioni, testimonianze. Nel mezzo, un episodio che racconta la tensione che avvolge tutto: Marco Serra tenta di tagliarsi le vene in aula. Servono tre perizie psichiatriche per stabilire se possa sostenere il dibattimento. I giudici decidono di andare avanti.
Il 18 dicembre 2014, dopo quattro ore di camera di consiglio, arriva la sentenza: sette imputati assolti, quasi tutti con la formula più ampia possibile. L’impianto accusatorio costruito in anni di indagini si sgretola nel giro di poche ore. Daniela Depau abbraccia il marito e piange:
“È la fine di un incubo. Ora penso ai miei figli”.
Per la famiglia di Rosanna, invece, l’incubo non ha né nome né scadenza.
La Procura ricorre in appello per tre posizioni, ma anche il secondo grado si rivela un labirinto. La posizione di Serra viene separata: le sue condizioni mentali non gli consentono più di partecipare consapevolmente al processo. Nel gennaio 2019 Serra muore all’ospedale di Lanusei, portando con sé ciò che sapeva. Un uomo che vive anni sotto il peso di un’accusa capitale, tormentato, secondo i familiari, dalla certezza di essere il prossimo bersaglio.
Anche l’appello si chiude senza condanne. L’omicidio di Rosanna Fiori, i tre Buttau, il cacciatore Giamattei: cinque morti, nessun colpevole.
Oggi le serre della Barbagia Flores sono abbandonate. La ruggine divora i cancelli, la vegetazione riprende spazio, il tempo ha depositato uno strato spesso di dimenticanza. Stefano Wallner lo dice fin dal primo giorno: qualcuno voleva strappare con la forza un’azienda che valeva. Ma la giustizia non riesce a trasformare quell’intuizione in una sentenza.
Cinque morti. Una catena di violenza lunga un decennio. Nessun condannato.
Resta una donna uccisa all’alba di un mercoledì di ottobre e il silenzio di una terra che custodisce tutti i suoi segreti.