LIVORNO – DOPO 29 ANNI TROPPE DOMANDE SENZA RISPOSTE NELLA TRAGEDIA DEL MOBY PRINCE

La tragedia avrebbe a che fare col traffico d'armi e con quello dei rifiuti tossici e nocivi gestito dalla mafia. Le nuove indagini verranno affidate alla DDA di Firenze.

Livorno – L’ombra della mafia sul disastro della Moby Prince che causò 140 vittime il 10 aprile del 1991. La strage navale del secolo è rimasta un’inchiesta dai contorni altalenanti ma è probabile che a breve il caso passi alla Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze. Da un documento a firma di ignoti sembra che la terribile tragedia sarebbe collegata ai traffici illegali di armi e allo smaltimento di materiali radioattivi e rifiuti tossici e nocivi che si sarebbero consumati all’interno del porto di Livorno.

Uno dei corpi carbonizzati davanti ad un vigile del fuoco

Il gravissimo incidente navale accadde inspiegabilmente nella rada del porto toscano alle 22.25 di quella tragica serata fra il traghetto passeggeri “Moby Prince”, della compagnia Navarma, che aveva appena mollato gli ormeggi e proseguiva alla volta di Olbia, e la petroliera Agip Abruzzo, all’ancora in porto, che entrarono in collisione. La prua del traghetto squarciava una delle cisterne del petrolio greggio trasportato dalla petroliera provocando un terribile incendio.

La drammatica vicenda non lascia nemmeno un graffio ai 30 uomini di equipaggio della petroliera mentre a bordo della Moby Prince si scatenava un’ecatombe: delle 141 persone a bordo del natante, di cui 65 membri dell’equipaggio e 76 passeggeri, rimarrà in vita per puro miracolo soltanto Alessio Bertrand, mozzo originario di Napoli, all’epoca dei fatti un ragazzo di 23 anni. Ciò che accadrà durante l’incendio assomiglia davvero ad un film horror di cui risparmiamo i macabri particolari ai nostri lettori.

Il relitto del traghetto

Sulla plancia comando c’era Ugo Chessa, all’epoca ufficiale comandante di 54 anni, autentico esperto di navigazione in tutte le condizioni e con un’esperienza tale da far arrossire il più vecchio lupo di mare. Per stare più vicino alla famiglia l’ufficiale aveva abbandonato i viaggi transoceanici per l’assunzione alle dipendenze della “Navarma Lines”, di proprietà degli armatori Achille e Vincenzo Onorato. Dunque dall’ultimo mozzo al comandante, tutti i marinai del traghetto erano di provata professionalità.

Vincenzo e Achille Onorato

Questo è l’unico dato di fatto accertato. Per quanto riguarda le cause della tragedia e le vere responsabilità nulla è stato vergognosamente provato. A parte il lavoro della Commissione d’inchiesta monocamerale terminato nel gennaio di due anni fa e che non ha sortito effetto alcuno, a parte le archiviazioni, a parte il silenzio della politica e delle istituzioni, a parte le prescrizioni dei reati tranne quello di strage ancora in ballo, a parte la verità mai venuta a galla, il disastro della Moby Prince e delle 140 vittime “fatte morire” senza soccorsi, si può raccontare formulando diverse domande.

A destra il comandante Ugo Chessa

Perché l’esperto comandante Ugo Chessa entrò in collisione con la petroliera dell’Agip? Quale era stata la non specificata “turbativa” della navigazione? Perché non giunsero i vicinissimi soccorsi considerato che le 140 persone a bordo del traghetto rimasero vive per molte ore? Perché al momento della collisione non furono resi disponibili i dati utili all’identificazione della Moby, e le operazioni di soccorso vennero rivolte unicamente alla petroliera? Che cosa riferì Bertrand quando fu raccolto in mare? Che erano tutti morti o che non erano morti?

Dove si trovava esattamente la petroliera Agip? Perché per anni si è detto che le foto e i riscontri satellitari di quella giornata non esistevano per poi spuntare fuori recentemente? Perché gli americani che avevano navi militari in porto hanno sempre negato l’esistenza di questa documentazione? Che cosa potrà riferire il pentito di ‘ndrangheta Filippo Barreca tirato in ballo in questa storiaccia tutta italiana che dura da ben 29 anni?:

Salvatore Calleri

”…Per la sua ubicazione geopolitica – dice Salvatore Calleri, presidente della fondazione antimafia Antonino Caponnettoè utilizzato dalle diverse organizzazioni criminali per una parte dei loro loschi congrui affari, come accade nel porto di Gioia Tauro. A riprova di questo basti pensare a tutte le operazioni di polizia che si sono svolte in zona contro il traffico internazionale di droga. Le indagini dirette sul fronte mafioso daranno i loro riscontri…”.

Il rasoio di Occam, ovvero il metodo virtuale di scartare ipotesi fantasiose per giustificare avvenimenti reali, sembra mostrare i suoi limiti in questa agghiacciante vicenda.

 

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