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Linguaggio di genere, l’Accademia della Crusca boccia la retorica italiana del politically correct

L’ultima ‘crociata’ di Laura Boldrini per declinare al femminile cariche professioni e incarichi. Ma la Crusca, che rappresenta la lingua italiana nel mondo dice senza mezzi termini che “La strada maestra da seguire è l’utilizzo di forme neutre e generiche”.

Roma – Il linguaggio di genere ha ancora un grande appeal tra quelli del ‘politically correct’, perché distinguere uomo e donna, soprattutto nelle alte cariche politiche e istituzionali è un fatto di vita o di morte. Peccato che l’Accademia della Crusca, una delle poche istituzioni che conosce, studia e rappresenta la lingua italiana nel mondo e ne porta in alto bellezza e valori, dica esattamente il contrario e bolli questa ostinazione come ‘reduplicazione retorica’.

Tra i politici più ossessionati dalla necessità di diversificare il genere, neanche a dirlo, c’è lei, Laura Boldrini, deputata Pd e Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel Mondo. Non è di certo l’unica ma la sua è una questione identitaria e ideologica che risiede in una battaglia antica. È entusiasta del fatto che nei giorni che precedono il Natale 76 senatrici e senatori abbiano inviato una lettera al Presidente del Senato Ignazio La Russa per chiedere che, nei lavori d’Aula, nelle commissioni e in tutti gli altri organi, venga rispettato il linguaggio di genere.

Discriminazioni e pregiudizi

L’iniziativa in realtà è partita dalla senatrice di alleanza Verdi e Sinistra Aurora Floridia, che è partita alla carica perché, ha spiegato, “In commissione Esteri ho più volte chiesto di essere chiamata senatrice, ma la presidente ha ignorato la mia richiesta”.  Con lei, hanno firmato gli interi gruppi di Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, oltre a singole firme raccolte tra Italia Viva, Azione e le Autonomie. E lo stesso è avvenuto alla Camera, con la ‘crociata’ guidata da Laura Boldrini, che ovviamente ha colto la palla al balzo su un tema a lei tanto caro.

L’imperativo, declinare al femminile ruoli, cariche, professioni e incarichi che per troppo tempo sono stati “appannaggio unico degli uomini”, sottolinea Boldrini, “perché ciò che non si nomina, non esiste e non è riconosciuto. E ciò che non è riconosciuto può diventare oggetto di discriminazione e pregiudizi. Così si è fatta promotrice di una lettera indirizzata al presidente di Montecitorio Lorenzo Fontana, che ha raccolto 136 firme, con la quale si chiede di dare nuovo slancio a quell’impegno ribadendo a deputati e deputate la necessità di tingere di rosa titoli e ruoli ricoperti dalle donne. La ‘Boldrinite’ a quanto pare, ha trovato seguaci e simpatizzanti in diverse aree politiche.

Ma la Crusca, care italiane e cari italiani, dice basta a schwa e asterischi e nel dibattito linguistico-politico entra a gamba tesa. Basta con la duplicazione di generi e all’articolo davanti ai cognomi femminili, ha fatto notare l’Accademia rispondendo al comitato delle pari opportunità del consiglio direttivo della Corte di Cassazione in merito alla richiesta di rendere la scrittura degli atti giudiziari più inclusiva. Ma c’è un’altra usanza linguistica che trova sempre più fortune in chiave politically correct che non piace affatto ai linguisti.

Benissimo l’intento di far sentire rappresentati nella lingua tutti i generi e gli orientamenti osserva nel parere l’Accademia – ma lo strumento migliore per conseguire quest’obiettivo non può essere la ‘reduplicazione retorica’, che implica il riferimento raddoppiato ai due generi – care italiane e cari italiani, per l’appunto, o amiche e amici. La strada maestra da seguire è invece quella dell’utilizzo di forme neutre o generiche (per esempio sostituendo ‘persona’ a ‘uomo’, ‘il personale’ a ‘i dipendenti’), oppure se ciò non è possibile il maschile plurale non marcato”. Un modo di includere e non di prevaricare.

E ancora, l’Accademia della Crusca si esprime anche sull’uso di articoli davanti al nome di persone note o meno, ‘la Meloni’ e ‘la Schlein’, ma anche ‘la Giulia’ o ‘l’Alvise’ dei dialetti regionali.

“Oggi è considerato discriminatorio e offensivo – osservano gli esperti – Non entriamo nelle ragioni di questa opinione, che riteniamo scarsamente fondata. Tuttavia, per quanto estemporanea e priva di motivazioni fondate, l’opinione si è diffusa nel sentimento comune, per cui il linguaggio pubblico ne deve tener conto”.

Laura Boldrini, ex funzionaria dell’ONU, deputata alla Camera dal 2013.

I consigli inviati dall’Accademia alla Corte di Cassazione hanno una “finalità educativa rispetto alla popolazione presente e futura” si legge, “perché, un cambiamento radicale della lingua condizionerebbe la “percezione della realtà”. Consigli che una parte della classe politica italiana sembra non voler accettare, consumata dal tarlo del linguaggio di genere che spesso offusca le priorità del Paese, o peggio, diventa l’argomento di chi non ha argomenti.

In un mondo che cambia, Crusca docet, salvare la lingua e dunque il linguaggio resta un’impresa che deve esulare dalle ideologie politiche. In un tempo dove l’algoritmo punta a sostituire l’uomo, anche l’Intelligenza Artificiale gioca un ruolo non privo di pericoli. Stanno nascendo strumenti simili a ChatGPT che puntano a analizzare, generare, riassumere, tradurre e perfino prevedere contenuti per eliminare termini obsoleti, equivoci e pregiudizi dannosi. Anche l’Intelligenza Artificiale rischia di essere contagiata dal politically correct?

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