Lavoro a distanza: un bene o un male?

Chi lavora sempre da remoto sembra più soggetto alla solitudine e a disturbi psichiatrici. Chi aveva problemi con capi e colleghi lo benedice…

Lo smart working ora viene visto come strumento di isolamento. Gli studi che hanno a che fare con la società umana sembrano seguire le mode del momento. Sarà perché, spesso, nelle faccende umane ci mette lo zampino il “caso” che, in quanto tale, indica un evento fortuito o imprevisto che accade senza una causa apparente o per concause non prevedibili. Quindi difficilmente classificabile.

Fino a qualche anno fa si magnificavano le virtù salvifiche del lavoro da remoto perché, almeno così declamava la narrazione corrente, si poteva conciliare vita lavorativa e quella privata. Inoltre si risparmiava tempo per recarsi in ufficio, evitando il traffico e lo stress conseguente. Forse queste caratteristiche sono veritiere per il lavoro ibrido, un po’ a casa e un po’ in ufficio, così tanto per gradire.

Al contrario chi lavora sempre da remoto sembra più soggetto alla solitudine e a disturbi psichiatrici. Sono i risultati di uno studio condotto su 500 mila “remote worker”. L’indagine non ha preso in considerazione la comodità di lavorare da casa o la produttività, a cui le aziende sono particolarmente sensibili, ma sugli effetti che può avere sul benessere psicofisico dei lavoratori questo distacco prolungato. L’uomo è un animale sociale dotato di un’indole innata a viverre, rapportarsi e relazionarsi coi propri simili.

Vale a dire che l’individuo non può sviluppare pienamente la propria identità, né raggiungere la felicità o la sopravvivenza, al di fuori della comunità. Lo studio è apparso su “Science”, una rivista scientifica pubblicata dall’American Association for the Advancement of Science, considerata una delle più prestigiose riviste in campo scientifico insieme a Nature. Il campione esaminato ha manifestato solitudine e deperimento del benessere mentale, al punto che sono cresciute le domande di accesso alla psicoterapia e il consumo di psicofarmaci.

Benedizione o iattura?

Lo smart working più che un processo di trasformazione del mercato del lavoro, secondo gli autori, è un’asportazione ex abrupto di un valore sociale che non ha prezzo. Perché il lavoro è uno spazio ed un tempo condiviso, è relazione sociale e consente all’identità individuale di essere un tutt’uno con quella collettiva. Proprio per questi valori ritrovarsi disoccupati produce nocumento, che va oltre la mera perdita del salario.

Lavorare in gruppo genera una serie di interazioni umane accidentali, inaspettate, occasionali, nate così senza impegno e, soprattutto, senza uno scopo. Mentre quando si lavora da remoto il programma è già stabilito a priori e alla fine della giornata si sprofonda in un forte senso di solitudine, perché privati dell’occasionalità degli eventi. Per alcuni lavorare da casa può essere un problema, perché non sempre è facile gestire il tempo della produzione e quello dello svago in 4 mura e col proprio partner di vita o coi figli.

Sicuramente i maggiori effetti negativi della solitudine possono essere sfibranti per chi viveva da single, mentre chi sul luogo di lavoro trovava stress e conflittualità, farlo da remoto può essere un supporto. Si avverte la mancanza delle proverbiali quattro chiacchiere scambiate col collega nella pausa caffè, spesso davanti a quei totem, le macchine di distribuzione di bevande, ormai diventate iconiche in ogni contesto lavorativo.

Mentre c’è da registrare la programmazione del riassetto delle pulizie domestiche. Se si vive in coppia questa è una criticità da risolvere, altrimenti sono dolori. Gli autori dello studio ritengono che il lavoro ibrido può essere la soluzione che salva capra e cavoli. Se il lavoro a distanza diventerà prassi consueta, che ne sarà del mondo degli adulti così come l’abbiamo conosciuto finora? A saperlo…