Nel mercato del lavoro le professioni con laurea sono sempre di meno e i “dottori” percepiscono retribuzioni non all’altezza degli studi compiuti.
La laurea serve, altroché! Su Fortune, una delle riviste di business più famose al mondo, con una versione anche italiana, celebre per stilare la Fortune 500, la classifica annuale delle 500 maggiori aziende globali in base al loro fatturato, è apparso un articolo sul “valore” della laurea nel mercato del lavoro. Il quesito si è posto in seguito alla diffusione dell’idea che non valga la pena investire in un titolo di studio che è poco redditizio economicamente e socialmente.
La percezione deriva da un mercato del lavoro in cui le professioni di questo tipo sono sempre di meno e coloro che le occupano percepiscono retribuzioni non all’altezza degli studi compiuti. Inoltre quest’idea è suffragata, almeno nel mercato statunitense, dalla presenza di nuovi milionari che hanno intrapreso le loro attività senza percorsi di studi particolari.
Eppure i dati dicono che i laureati, rispetto agli altri, hanno un livello di occupazione più alto, come ha confermato l’ufficio di statistica degli USA. La tendenza, tuttavia, non rappresenta una novità. Sia prima della pandemia e dell’avvento dell’Intelligenza Artificiale (IA) che 20 anni fa, il possessore di un titolo di studio elevato aveva più possibilità di essere occupato.
Malgrado il mercato del lavoro abbia subito radicali trasformazioni, il modo di varcare la soglia è rimasto identico. Vale a dire, tanto per utilizzare un gergo popolare, “è cambiata l’orchestra, ma la musica è sempre la stessa”. Dunque la laurea pur perdendo appeal resta importante. Forse non per quanto riguarda lo stipendio ma è, comunque, uno strumento che facilita la carriera. In realtà si è creata una sorta di dicotomia. I numeri dicono che il titolo di studio è un vantaggio per trovare lavoro.

L’impressione che hanno i dottori è di sentirsi bloccati in stipendi bassi, con cui a stento si riesce a pagare l’affitto e i debiti universitari, mentre altri pur senza percorsi di studio di eccellenza hanno intrapreso attività altamente soddisfacenti. Molti laureati si sono chiesti se ne è valsa la pena aver studiato, per poi ritrovarsi a sbarcare il lunario.
La situazione si è complicata con l’IA, perché col suo avvento potrebbero diminuire gli occupati tra i ruoli impiegatizi, manageriali e amministrativi delle grandi aziende e multinazionali. Mentre, al contrario, si potrà assistere ad un aumento dei lavori legati all’impiantistica e alla gestione dell’hardware dei data center. Nonostante lo storytelling dei giovani sulla laurea, essa continua ad essere decisiva per accedere a stipendi superiori ai diplomati.
Tuttavia il mercato del lavoro continua ad essere ambiguo. Molte Big Tech, forse per la difficoltà nel reperire personale hanno, sulla carta, cancellato alcuni parametri collegati alla laurea per l’assunzione. Nei fatti, però, succede che i selezionatori continuano a considerare un vantaggio il possesso del titolo di studio. Un meccanismo un po’ bislacco.
A che serve richiedere personale anche non laureato quando poi è il titolo di studio a fare la differenza? Misteri del mercato del lavoro e del management. Comunque è proprio dura la vita, poveri giovani.