LA STORIA DI SISO E CAPITAN MELO

Una vicenda che deve far riflettere. Ogni anno centinaia di mammiferi acquatici e tartarughe vengono uccisi da reti e plastiche. Inesistenti i provvedimenti a tutela della fauna immersa.

Oceani e mari rappresentano il 71% della superficie terrestre, un vero patrimonio da preservare per garantire il nostro futuro, la nostra sopravvivenza e l’equilibrio naturale del pianeta. Così come la protezione degli ambienti naturali e di tutti gli organismi viventi, la salvaguardia del mare dovrebbe essere interesse primario dell’uomo.

Purtroppo però, l’uomo ha ampiamente dimostrato di non curarsi d’altro che di se stesso. Fortunatamente, esistono ancora uomini degni di tale nome, capaci di volgere in positivo un evento drammatico. È quello che è avvenuto in Sicilia, quando un giovane capodoglio affamato si è avvicinato alle coste dell’arcipelago delle Eolie, quel mare che la mitologia ha consacrato al dio Poseidone, prima che la mano dell’uomo moderno intervenisse in maniera incauta e forse irreversibile.

Il cetaceo era rimasto intrappolato con la pinna caudale in una rete illegale di pescatori e, nonostante fosse stato individuato e soccorso dalla guardia costiera, a nulla sono valsi gli sforzi per liberarlo dalla morsa della maglia mortale. Il mammifero, stremato anche se ormai libero, morì poco dopo e la carcassa venne trascinata dalle correnti verso le spiagge di Milazzo. Mentre le autorità preposte cercavano un modo di liberarsene, un giovane biologo, Carmelo Isgrò, e il suo amico Francesco, recuperarono il corpo.

Il giorno dopo il recupero l’amico venne investito e ucciso da un pirata della strada. Addolorato, Carmelo decise allora di battezzare il capodoglio con il soprannome dato a Francesco, Siso. Con le sue sole forze, Isgrò scarnificò la carcassa per recuperare le ossa, estraendo dallo stomaco diversi chilogrammi di buste e oggetti di plastica. Con una raccolta fondi e sensibilizzando l’amministrazione comunale per l’ottenimento, all’interno del Castello di Milazzo, di una sala museale dove esporre lo scheletro, la rete e i rifiuti trovati nella pancia, Capitan Melo, come adesso viene chiamato dai giovani visitatori, è riuscito a dare nuova vita al gigante del mare, allo scopo di sensibilizzare gli individui alla salvaguardia di tutti gli ambienti terrestri e soprattutto marini, perché dal mare dipende la nostra stessa esistenza. Grazie al gesto generoso di un grande uomo, Siso vivrà in eterno.

Pop ha intervistato per voi il dr. Carmelo Isgrò, biologo marino:

Dr. Isgrò, da dove nasce il suo amore per il mare e per i suoi abitanti?

Il mio amore per il mare nasce da bambino. Ricordo che quando mi recavo in spiaggia con mio padre, non mi bastava soltanto guardare l’acqua, fare il bagno. Volevo, a tutti i costi, scoprire di più e fotografare i fondali marini. Ho cominciato a fare foto a 8 anni con la prima fotocamera subacquea che mi era stata regalata. L’amore per la fotografia non si è mai arrestato, tanto che, nel 2015, sono diventato vice campione italiano di fotografia subacquea. Molte delle mie fotografie sono state pubblicate nel mio libro Guida alla natura di capo Milazzo.

Saranno in due a essere ricordati per sempre: il cetaceo e il suo amico Francesco. Con questo non ritiene di aver dato un senso alla loro prematura scomparsa?

Esattamente il giorno dopo il recupero della carcassa, ci fu un’altra tragedia, la perdita del mio caro amico. Ci sono alcune cose che li accomunano, essere morti entrambi per colpa dell’uomo Francesco perché un pirata gli tagliò la strada, Siso a causa di una rete illegale , tutti e due giovanissimi. Queste coincidenze mi hanno colpito, per questo ho voluto chiamare il capodoglio con il soprannome con il quale chiamavo il mio amico. Spero, anzi credo, che questo abbia rinnovato la memoria di queste due anime e che abbia avuto una finalità. La morte del mammifero marino ha avviato una serie di eventi: una campagna di pulizia delle spiagge; una propaganda di sensibilizzazione nelle scuole, ancora in corso; la creazione del museo del mare; un’operazione di Sea Shepherd, un’associazione che si occupa della pulizia dei mari, e l’eliminazione di quelle reti illegali che hanno ucciso il capodoglio, ma anche tanti altri esseri viventi che abitano i mari”.

Pensa che il recupero dello scheletro di Siso possa servire a lanciare un appello al mondo degli umani, affinché comprendano quanto sia importante la salvaguardia del mare e dei suoi abitanti per la protezione della biodiversità?

Credo fermamente che il recupero del cetaceo possa lanciare un appello agli uomini per la salvaguardia della biodiversità. Tra le onde vivono creature che sono fra le più intelligenti del pianeta, proteggerle significa evitare il rischio di estinzione di tanti esseri, che nei mari hanno il loro habitat naturale. Ho voluto sistemare lo scheletro, e le altre installazioni, non molto distanti dai visitatori. Ciò affinché, soprattutto i bambini, possano entrare in empatia con quanto mostrato loro. Conto molto sui bambini, perché loro saranno gli adulti di domani e potranno dare una svolta ecologista ed evitare di continuare a perpetrare gli errori del passato”.

                                                                              

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