La scuola italiana vale meno di quella europea (e tra due anni varrà ancora meno)

Il Rapporto Istat 2026 fotografa un Paese che spende di più rispetto al passato, ma non abbastanza da colmare il divario con il resto dell’Unione.

Tra il 2026 e il 2028 la scuola pubblica italiana perderà quasi 800 milioni di euro di finanziamenti. Lo stabilisce la manovra approvata lo scorso dicembre: gli stanziamenti scenderanno dai 57,9 miliardi di quest’anno ai 57,1 previsti tra due anni. Una riduzione che il governo giustifica con il calo delle nascite — meno bambini, meno classi, meno risorse necessarie. La logica è lineare. Il problema è il punto di partenza.

Perché il Rapporto annuale 2026 dell’Istat, pubblicato nelle scorse settimane, certifica che l’Italia parte già da una posizione di svantaggio rispetto al resto d’Europa. Nel 2024 la spesa pubblica per l’istruzione ha raggiunto gli 88,95 miliardi di euro, pari al 4% del Prodotto interno lordo. La media dei ventisette Paesi dell’Unione europea è il 4,8%. Il divario, 0,8 punti percentuali, è rimasto invariato rispetto all’anno precedente, nonostante la spesa italiana sia cresciuta. Anche gli altri hanno investito di più, e la distanza non si è accorciata.

Il confronto con i singoli Paesi vicini non migliora il quadro. La Francia destina alla scuola il 5% del proprio Pil, un punto intero in più dell’Italia. La Germania si ferma al 4,5%, la Spagna al 4,1%. Anche Madrid, dunque, investe proporzionalmente più di Roma nel proprio sistema scolastico.

Eppure qualcosa, negli ultimi anni, si era mosso. Dal 2015 a oggi la spesa per studente è passata da 6.100 a 8.400 euro, un aumento del 37% in un decennio. Le scuole secondarie assorbono da sole quasi la metà dell’intera spesa pubblica per l’istruzione, sfiorando i 40 miliardi nel 2024, seguite da primaria e pre-primaria, che insieme superano i 30 miliardi. La formazione terziaria, università comprese, rimane sotto i 10 miliardi ma cresce con continuità. Due spinte hanno alimentato questo trend: i fondi del Pnrr, che nel 2023 hanno fatto impennare la spesa del 36,5%, e i rinnovi contrattuali del personale scolastico, che nel 2024 hanno pesato per un ulteriore 4,7%.

È proprio qui che il taglio annunciato per il triennio 2026-2028 colpisce più nel profondo. Non arriva dopo anni di eccesso, ma mentre il sistema stava recuperando terreno, lentamente, insufficientemente rispetto all’Europa, ma comunque recuperando. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva anticipato la direzione già nel giugno del 2025, parlando di un «ripensamento in chiave prospettiva delle strutture, del personale e della spesa» alla luce del calo demografico. Una premessa diventata poi realtà nella manovra, con quasi 800 milioni sottratti, cifra denunciata dal Movimento 5 Stelle durante l’iter parlamentare.

L’argomento demografico, però, regge solo in parte. Il numero di studenti diminuisce, ma il costo per garantire una scuola di qualità non scala in proporzione. Classi più piccole, se non accompagnate da un ripensamento serio dell’organizzazione didattica, rischiano semplicemente di essere classi più piccole, con meno insegnanti, meno personale, meno servizi. Il risparmio diventa impoverimento.

Nel 2024 l’Italia spendeva già meno di quasi tutti i suoi partner europei. Nel 2028, con i tagli previsti, spenderà ancora meno. Il divario con l’Europa, che oggi vale quasi un punto di Pil, non si chiuderà da solo.