Dal 2014 i decessi sono stati oltre 80 mila, come se una città di medie dimensioni fosse scomparsa dalla carta geografica. E chi lucra sulla morte di donne e bambini rimane impunito.
Gli itinerari della morte. Così possono essere definiti i percorsi effettuati dai dannati della terra per raggiungere l’agognato occidente, sperando in una vita migliore rispetto a quella vissuta e fatta di carestie, guerra e miseria. E’ stato appena pubblicato il rapporto sulle migrazioni a cura dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), la principale agenzia intergovernativa dell’ONU, nata nel 1951 per promuovere una migrazione umana e ordinata a beneficio di tutti.
Con 174 Stati membri e presenza in oltre 100 paesi, l’OIM fornisce supporto umanitario, gestisce flussi migratori e tutela i diritti dei migranti. Malgrado i buoni intendimenti e l’impegno profusi, visti i risultati, la situazione è a dir poco drammatica. L’anno scorso lungo il cammino della speranza sono morte o scomparse nel nulla circa 8 mila persone. Il “cammino della speranza” è il titolo di un film del 1950 per la regia di Pietro Germi.
Narra di un gruppo di minatori siciliani rimasti senza lavoro che emigra verso in nord per raggiungere la Francia. Ma l’intermediario che ha promesso loro, dietro compenso, di organizzare il loro espatrio clandestino è in realtà un truffatore che li abbandona al loro destino ai piedi delle Alpi. Per partire i poveri minatori avevano venduto tutti i loro beni. Una storia purtroppo attualissima.

Dal 2014 le dipartite sono state oltre 80 mila, come se una città di medie dimensioni fosse scomparsa dalla carta geografica. Secondo i dati disponibili si è registrato un leggero calo, ma ciò potrebbe dipendere dallo scarso monitoraggio delle nuove tratte migratorie rispetto a quelle consuete. I casi più drammatici riguardano gli Afgani, i cittadini dell’Africa orientale e i Rohingya, un gruppo etnico di fede musulmana non riconosciuto dal governo del Myanmar, che li considera immigrati illegali provenienti dal Bangladesh, rendendoli di fatto apolidi.
Sono oggetto di persecuzioni, violenze e discriminazioni sistematiche, che hanno portato a massicci esodi verso il Bangladesh e altri paesi vicini. Quella che può essere considerata una vera e propria strage coinvolge quasi 340 mila congiunti, in particolare 3.371 uomini, 683 donne e 368 bambini. I numeri più tragici provengono dal Mediterraneo centrale con 1330 decessi, seguita dall’Africa occidentale con 1200. In generale, secondo l’OIM, una persona su 47 è morta nel tentativo di migrare.
Altri decessi sono stati registrati sulla rotta balcanica, in cui i migranti sono costretti a subire condizioni di vita molto dure da parte delle istituzioni del luogo. Poi ci sono le morti invisibili, ovvero quelle che non appaiono in nessuna statistica. Le migrazioni forzate sono il prodotto di guerre, cambiamento climatico e politico. Dietro i numeri ci sono persone in carne ed ossa talmente disperate da affrontare viaggi lunghi e pericolosi e famiglie che restano in loco, in attesa di notizie che chissà se mai arriveranno.
Il problema delle migrazioni, dei morti in mare e dei continui soprusi che sono costretti a subire persone già segnate dalla miseria, rappresenta un nervo scoperto per la cosiddetta “civiltà occidentale” considerata la culla del diritto e della solidarietà. Si è visto come: la culla si è trasformata in tomba.