Una sorta di isolamento dalla realtà produttiva somministrato a piccole dosi sino a quando il lavoratore cade nella trappola letale. Chi lo opera spesso è un capo senza scrupoli.
Com’è…straining la vita. E’ proprio vero che l’esistenza può essere insolita, singolare, bizzarra, a volte stravagante, spesso tormentata. La nostra società è fondata sul lavoro, trasformato in un totem a cui si sacrificano vite umane e le morti che vengono immolate ogni anno sul suo altare, testimoniano l’immane tragedia umana. Il grande paradosso è che col lavoro si muore pure per inedia. Poi ci sono quei malesseri sotterranei, striscianti, infidi, ma estremamente pericolosi.
E’ il caso del nuovo arrivato sulla scena sociale, sgradito ospite. Si presenta quasi con gentilezza, sotto mentite spoglie. In apparenza l’ambiente di lavoro sembra sereno, senza conflitti di nessun genere, né palesi stati di fibrillazione. Tuttavia il fuoco cova sotto la cenere. Passioni, sentimenti, tensioni nascoste, lavorano sottotraccia, pronti a deflagrare. Una calma subdola sotto cui si nasconde una pericolosa intensità. Si comincia a non essere più invitati alle riunioni, ad essere marginalizzato sul luogo di lavoro, affidato a mansioni routinarie.
Lentamente ma con costanza si viene allontanati dal gruppo. La perfidia di questo processo consiste nello stravolgere l’onere della prova. Ci si sente colpevolizzati di non essere all’altezza, inadeguati ai compiti. Un duro colpo per l’autostima. Si inizia a dormire poco e l’ansia diventa la nuova partner quotidiana. Gli studiosi di questi fenomeni hanno definito processo “straining”, una forma di stress forzato, subdolo e strisciante sul lavoro, un’azione ostile isolata o limitata, compiuta dal datore di lavoro o colleghi (es. demansionamento, isolamento), con effetti duraturi e negativi sulla vittima.
A differenza del mobbing non richiede continuità ma un atto mirato con conseguenze durature. Non è aggressivo, persecutorio ma procede per eliminazione. Si inizia con coinvolgere di meno nel processo produttivo il soggetto preso di mira, dargli meno spazio, isolarlo facendogli tremare la terra sotto i piedi allo scopo di creare smarrimento. Non si manifesta con azioni sensazionali.
E’ un processo che si presenta con timidezza e un’apparente mitezza, per allentare le difese della persona da colpire, per neutralizzarla, poi, con astuzia e perfidia. Come la goccia che scava la pietra, con lentezza e tenacia. Uno stillicidio che colpisce sempre nello stesso punto erodendo la personalità. Il problema è che, a volte, il soggetto designato non riconosce il verminaio in cui è caduto. Secondo la psicologia, il fenomeno rientra nello stress legato al lavoro, constatando in molti studi il nesso tra clima lavorativo avverso e effetti ansiosi e depressivi.

Per questi motivi è considerato l’anticamera del burnout. Oggi con l’organizzazione ibrida del lavoro e col lavoro da remoto queste variabili sono ancora più ambigue. Basta non essere stato invitato ad una call o ad una chat per scatenare il fenomeno fino all’isolamento. A volte lo straining è stato utilizzato dal management come un licenziamento sotterraneo.
Ci si spinge fino alle dimissioni del malcapitato in seguito alla svalutazione del suo ruolo. Il disagio è nei rapporti aziendali e non nella testa delle persone. Un antidoto potrebbe essere la vicinanza dei colleghi, perché il gruppo è una sorta di rifugio e protezione. Un po’ una riedizione della “coscienza di classe” di marxiana memoria.
Per quanto le istituzioni nazionali ed europee ritengano che la salute psicologica dei lavoratori sia competenza aziendale, la realtà quotidiana dimostra che le linee guida vengono disattese. E’ proprio vero: la vita è veramente…straining!