Una proposta di legge punta a incentivare le polizze contro terremoti, alluvioni e frane. Lo Stato pagherebbe parte del premio, ma il rischio è che senza obbligo pochi aderiscano davvero.
C’è una domanda che vale la pena farsi prima ancora di parlare di polizze, premi e incentivi fiscali: perché un Paese con una delle mappe di rischio sismico e idrogeologico più complesse d’Europa ha una delle percentuali più basse di abitazioni assicurate contro le calamità naturali?
La risposta più comoda è che costa troppo. Ma non è tutta la storia.
In fondo all’equazione c’è un calcolo implicito che molte famiglie fanno, spesso senza nemmeno rendersene conto: se succede qualcosa di grave, lo Stato arriva. Ci sono i fondi di emergenza, le ordinanze di ricostruzione, i contributi a fondo perduto. Magari arrivano tardi, magari non bastano, ma arrivano. Perché pagare una polizza ogni anno per qualcosa che, nel peggiore dei casi, qualcun altro coprirà?
Si tratta di una risposta logica a decenni di gestione pubblica delle catastrofi. Lo Stato ha costruito, nel tempo, l’aspettativa di intervenire e quella aspettativa ha di fatto scoraggiato il mercato privato.
Il disegno di legge presentato alla Camera prova a rompere questo circolo. L’idea è di rendere le polizze contro terremoti, alluvioni e frane economicamente più accessibili attraverso un sistema a tre livelli: contributi statali sul premio (più alti per i redditi bassi), prezzi calmierati da parte delle assicurazioni, e la possibilità per le aziende di coprire i dipendenti tramite i premi di produttività.
Nessun obbligo. Solo incentivi.
L’obiettivo è quello di ridurre la dipendenza dagli interventi pubblici post-disastro, sostituendo la logica dell’emergenza con quella della prevenzione finanziaria.
Qui si apre la contraddizione più evidente. Se il problema alla base è che gli italiani si sentono già coperti dallo Stato, offrire uno sconto sulla polizza non cambia la psicologia del rischio. Cambia il prezzo, non la percezione.
Le esperienze passate con strumenti simili, incentivi facoltativi per coperture ritenute “non urgenti” mostrano quasi sempre la stessa curva: adesione iniziale modesta, poi stagnante. Chi si assicura è chi si sarebbe assicurato comunque.
Un obbligo sarebbe più efficace. Ma introdurlo significherebbe dire apertamente ai cittadini che lo Stato non garantirà più la copertura automatica post-disastro, una comunicazione politicamente molto rischiosa, soprattutto oggi.
Vale la pena nominare l’elefante nella stanza: questa proposta fa bene ai cittadini o fa bene ai conti pubblici?
La risposta onesta è: potenzialmente entrambe le cose, ma non nella stessa misura. Chi si assicura ottiene risarcimenti più rapidi e certi. Lo Stato, nel tempo, riduce l’esposizione finanziaria alle emergenze. Le compagnie assicurative entrano in un mercato finora quasi inesplorato.
Il problema è che, senza obbligo, il rischio asimmetrico resta: chi non si assicura continuerà ad aspettarsi l’intervento pubblico, e quello spazio fiscale non si libererà mai davvero.
Il testo è all’inizio del suo percorso parlamentare. L’ipotesi più probabile è che finisca dentro la prossima legge di bilancio. Nel frattempo, le case restano dove sono. E il rischio anche.