Prese d’assalto le Tre Cime del Lavaredo nonostante i rimedi di alcuni enti locali. Il turismo mordi e fuggi è deleterio e rovina luoghi e tradizioni.
E’ proprio vero che ci facciamo riconoscere anche all’estero. E un modo ironico, accompagnato da fatalismo, per descrivere atteggiamenti tipici degli italiani quando si spostano e che eccellono per trovarsi in situazioni caotiche.
La notizia riguarda le “Tre Cime del Lavaredo”, vittime anch’esse di quel controproducente fenomeno sviluppatosi negli ultimi tempi, ossia l’overtourism, il sovraffollamento turistico, che supera la capacità di carico di una località, danneggiando l’ambiente, la vita dei residenti e l’esperienza stessa del viaggio.
Il fatto ha meritato l’attenzione anche del New York Post, famoso quotidiano statunitense di orientamento conservatore. Le famose nonché iconiche “Tre Cime” si estendono e si ergono all’interno delle Dolomiti, al confine tra Veneto e Alto Adige.
Sono note per la loro forma a torri di roccia e considerate simbolo del Patrimonio Mondiale Unesco. Inoltre fanno parte dell’immaginario collettivo sportivo degli italiani, grazie alle imprese epiche del ciclismo. Le pendenze durissime e le condizioni meteo estreme hanno trasformato i ciclisti in vere leggende del Giro d’Italia, cavalieri dei tempi moderni senza macchia e senza paura.
Ormai le “Tre Cime” si sono trasformati in uno dei luoghi più visitati al mondo e quando i turisti sono tanti si trasformano in un’orda barbarica che occupa i sentieri come se fosse all’assalto di un centro commerciale per toccare con mano l’ultimo oggetto di tendenza. Il problema è molto serio e si tratta di conciliare la bellezza e l’integrità del paesaggio e l’accoglienza dei turisti.
Sembra quasi un ossimoro di difficile soluzione. I video apparsi sui social sulle file lunghissime di visitatori in procinto di immettersi su sentieri che avrebbero meritato altro calpestio dei sordidi passi di una mandria umana imbizzarrita, sono diventati virali. Non è un problema che si è palesato per la prima volta, già all’inizio di luglio la folla si era accalcata in attesa dell’arrivo delle navette.
Questo succede perché l’offerta di servizi è inferiore alla mole di richieste con l’effetto di determinare attese sotto il sole e suscitare lamentele tra i visitatori. L’articolo apparso sul New York Post ha fatto deflagrare un fenomeno che era sotterraneo e che ora è emerso in tutta la sua drammaticità. Molti utenti attraverso i social network hanno manifestato la loro inquietudine per i danni che il turismo di massa provoca su un patrimonio dell’Umanità.
Qualcuno ha evidenziato che la massa composta da una moltitudine di persone quando si trasforma in branco agisce alla stessa stregua degli Unni (popolo nomade di guerrieri proveniente dalle steppe dell’Asia centrale, celebre per aver guidato, tra il IV e V secolo d.C., un impero immenso sotto la guida del famoso re Attila), dove passavano non cresceva più l’erba.
Sono gli effetti deleteri dell’enorme visibilità che il web e i social hanno diffuso in maniera globale. Tutti anelano a visitare luoghi che sono diventati imprescindibili, guai non esserci per essere immortalati da foto e video da far vedere agli amici e al mondo intero. Si stanno studiando soluzioni per arginare il problema, visti i danni causati.

Alcuni enti locali stanno tentando di poter pianificare le presenze turistiche. Ad esempio sul Lago di Braies, ubicato in Alto Adige, in provincia di Bolzano, Val Pusteria, a quasi 1500 metri di quota nel Parco Naturale Fanes-Sennes-Braies, per arrivare alla valle in estate è necessario prenotare per parcheggi e navette, con restrizioni sugli arrivi quando l’affluenza raggiunge il culmine.
Altri comuni ne hanno imitato l’esempio. Malgrado questi tentativi la soluzione è ancora lontana dal concretizzarsi. Le prenotazioni sembrano aver fatto un baffo al problema che resta lì, più inossidabile che mai. Bisogna arrendersi, allora, all’orda barbarica del turismo di massa?
Si parla di destagionalizzazione, gated tourism (turismo blindato o con accesso chiuso) e controllo degli affitti brevi. Qualcosa va tentato. Non si può restare inerti e inermi ad assistere passivamente allo sfacelo totale.