Il delitto di Giarre

Due ragazzi che si amano, un paese che sceglie il silenzio e una storia rimasta nell’oblio del pregiudizio.

Catania – Nelle campagne di Giarre, in un pomeriggio d’autunno che profuma di terra umida, due corpi giacciono uno accanto all’altro, le mani che quasi si sfiorano. Sono Giorgio Agatino Giammona, 25 anni, e Antonio Galatola, appena 15. Il paese li conosce da sempre: li vede camminare insieme, ridere, scomparire per ore. Li chiama “i fidanzati”, con un misto di ironia, fastidio e paura.

Quando vengono ritrovati, il 31 ottobre 1980, la scena è nitida e terribile: entrambi hanno un foro alla testa, nessuna arma accanto, nessuna possibilità di equivoco. La notizia corre veloce e il paese si chiude come una porta sbattuta. Nessuno vuole parlare, nessuno vuole essere coinvolto in una storia che riguarda due ragazzi che si amano.

Giorgio, da anni, porta addosso il marchio dell’omosessualità dichiarata. In paese lo indicano, lo deridono, lo isolano. Antonio, più giovane, gli resta accanto con la naturalezza di chi non conosce ancora la paura, o forse la conosce troppo bene. La loro relazione è un segreto che tutti fingono di non vedere, ma che tutti commentano.

Le indagini partono subito, ma inciampano nell’omertà. Le prime ipotesi parlano di suicidio, poi di un gesto disperato compiuto da uno dei due. Ma nulla torna: la dinamica, la posizione dei corpi, l’assenza dell’arma. A un certo punto spunta un nome: Francesco, tredici anni, parente di Antonio. Il ragazzo racconta che sono stati proprio Toni e Agatino a chiedergli di ucciderli, perché altrimenti lo avrebbero fatto fuori. Poi ritratta, poi tace. È troppo giovane per essere imputabile, troppo fragile per reggere il peso di una verità che nessuno vuole davvero ascoltare.

Intorno a lui le famiglie dei due ragazzi si muovono come ombre. La voce del paese racconta un’altra storia: un delitto deciso per cancellare la vergogna, un ordine impartito per ristabilire l’onore, un bambino incaricato di premere il grilletto perché non può essere punito. Nulla viene provato, nulla viene smentito. Il caso si chiude.

Mentre Giarre prova a dimenticare, l’Italia si accorge di ciò che è accaduto. Attivisti, studenti, giornalisti arrivano in Sicilia e trovano un muro di silenzi e sguardi bassi. Ma da quel muro nasce qualcosa: un movimento che prende forma, un gruppo che si organizza, un’idea che diventa associazione. Nel giro di poche settimane, la tragedia di Giorgio e Antonio diventa la scintilla che porta alla nascita del primo nucleo di Arcigay e dei collettivi lesbici siciliani.

Oggi, a distanza di decenni, la storia di quell’amore continua a parlare. Non c’è un colpevole, non c’è una verità giudiziaria definitiva. Ma c’è una verità che nessuno può più ignorare: Giorgio e Antonio sono morti perché si amavano. E il loro amore, che il paese voleva cancellare, è diventato memoria, lotta, identità.

Nella Vigna del Principe, dove sono stati trovati i loro corpi, il vento muove ancora le foglie quasi a voler ricordare che certe storie non finiscono mai.