Dal tassametro fermo alle lettere dell’Apocalisse: un cold case che da quasi trent’anni sfida indagini, sospetti e coincidenze.
Castellina in Chianti – C’è una strada sterrata nel Chianti, tra un cimitero e una vecchia discarica, dove una notte di agosto del 1997 il tempo si è fermato. Non metaforicamente. Il tassametro del Siena 22 registra l’ultima corsa poi si blocca. E da quel momento in poi, per quasi trent’anni, la risposta alla domanda su chi abbia ucciso Alessandra Vanni rimane sospesa nell’aria calda della campagna toscana come una promessa mai mantenuta.
Alessandra ha ventinove anni. Lavora al centralino della cooperativa taxi di Siena, conosce le voci dei colleghi meglio di quanto conosca i loro volti, smista le corse, segue i movimenti della città attraverso una radio. È separata da circa un anno da Stefano, un meccanico, con cui ha mantenuto rapporti civili. Ha un nuovo fidanzato, anche lui tassista, che quella sera è in servizio sulle stesse strade. Si sente al sicuro.
L’8 agosto, per la prima volta in orario notturno, sceglie di stare dall’altra parte: non alla consolle, ma al volante. Lo zio Onorio, che ha la licenza del taxi, è all’estero per un gran premio automobilistico, la sua Alfa 155 bianca è parcheggiata. Alle ventuno in punto Alessandra saluta i colleghi con quella frase che diventerà la più citata della sua storia: “Inserisco il centralino automatico. Buonanotte a tutti.” Torna a casa, cena con i genitori e alle ventidue risale sul Siena 22. Nessuno la risentirà più.
Per le prime ore tutto fila liscio. Alessandra carica paracadutisti, li porta alla caserma, poi una famiglia di turisti inglesi, poi due studenti in piazza Gramsci. Alle 23.18 è ancora in piazza Matteotti, scambia due parole con i colleghi. Sette minuti dopo, alle 23.25, accade qualcosa di particolare: senza aver ricevuto alcuna chiamata dal centralino automatico e senza cellulare- la batteria era scarica, il telefono era rimasto a casa -Alessandra imposta sul tassametro la tariffa extraurbana e abbandona la città.
Il taxi percorre la via Chiantigiana verso il Chianti. A Querce Grossa viene visto rallentare, girare intorno allo stesso isolato, imboccare un vicolo e tornare indietro, come se cercasse un indirizzo o aspettasse qualcuno. Qualche testimone nota solo Alessandra al volante. Altri giurano di vedere due uomini sui sedili posteriori, entrambi con capelli scuri e corti, uno più basso dell’altro. A Fonterutoli di Castellina, davanti al capannone di un fabbro, uno dei due scende, poi risale velocemente accanto ad Alessandra, sul sedile del passeggero anteriore. Poi il taxi imbocca la stradina sterrata che costeggia il cimitero comunale e punta verso la discarica.
Il tassametro si ferma. Sono le 00.09 del 9 agosto 1997.

La mattina del 9 agosto un pensionato si avvicina a un taxi parcheggiato in mezzo al nulla con il motore spento. Vede una giovane donna al posto di guida, la testa reclinata sul lato destro, gli occhi chiusi. Sembra dormire.
Alessandra è stata strangolata con un cordino sottile. Sul collo porta un solco profondo, prodotto da una trazione verso destra: chi l’ha uccisa era seduto alla sua destra, probabilmente sul sedile del passeggero. L’autopsia esclude violenza sessuale e colluttazione fisica nel senso tradizionale: nessun livido, nessuna costola rotta. Qualcuno l’ha colta di sorpresa, probabilmente nel momento in cui si è girata, e non le ha lasciato il tempo di premere il tasto antirapina installato su tutti i taxi, che si attiva con una semplice pressione del ginocchio. Eppure Alessandra non si è arresa del tutto: sotto le unghie i medici legali trovano frammenti di pelle non sua. Ha graffiato il suo assassino. Si è difesa.

Ma quello che tormenta di più chi studia il caso non è come muore. È quello che accade dopo. Quando Alessandra è già deceduta, qualcuno si trattiene sulla scena del crimine e lega i suoi polsi dietro lo schienale con uno spago da pacchi, fissando la corda a una barra metallica con un nodo elaborato, il tipo di nodo che si impara in contesti specifici, che ricorda le legature dei marinai, che richiede tempo e conoscenza. Un nodo che non serve a immobilizzarla: è già morta. Serve a sistemarla. A costruire una posa. A lasciare qualcosa che assomiglia più a un messaggio che a un atto criminale.
La borsa di Alessandra e il contenuto dell’incasso serale, circa 150mila lire, spariscono. L’orologio al polso invece è ancora lì. Come se qualcuno avesse voluto simulare una rapina, ma senza la fretta che una rapina vera avrebbe imposto. Anzi: fermandosi abbastanza a lungo da fare quel nodo. Quella messinscena rimane inspiegabile e probabilmente orchestrata a freddo.

Due settimane dopo la morte di Alessandra, alla caserma dei carabinieri di Castellina arriva una busta spedita dal Friuli. Dentro c’è un foglio con una sola riga scritta in latino. “Quis est dignus aperire librum et solvere signacula eius?” È un versetto del quinto capitolo dell’Apocalisse di Giovanni: la domanda che un angelo rivolge al cielo e alla terra, chiedendo chi sia degno di aprire il libro e romperne i sigilli. Nessuno risponde. Nessuno è degno.
I carabinieri portano la lettera al parroco del paese. Don Giannini riconosce il passo biblico e da quel momento in poi quella domanda si sovrappone all’immagine di Alessandra, con le mani legate come in una cerimonia, nel buio vicino al cimitero dove qualche settimana prima erano apparse una tovaglia nera sull’altare e una croce spaccata. Ma leggere solo quella riga senza il contesto è fuorviante. Il versetto successivo dice che nessuno, né in cielo, né sulla terra, né sotto terra, era degno di aprire il libro o anche solo di guardarlo. E il terzo: “E io piangevo forte, perché non si era trovato nessuno degno.” Una domanda senza risposta, seguita da lacrime. Come questa storia.
Per tre anni consecutivi, il 9 agosto, giorno esatto del ritrovamento del corpo, il quotidiano La Nazione riceve una busta anonima. Le prime due contengono allusioni a quello che secondo l’autore sarebbe davvero successo ad Alessandra, senza mai rivelare abbastanza da essere utili. La terza è diversa: chi scrive si descrive come un cameriere e racconta di aver sentito due persone discutere dell’omicidio la notte stessa, prima che il corpo venisse trovato. Un testimone che non si nomina, una confessione che non si può utilizzare.
Nel corso degli anni almeno sette persone vengono iscritte nel registro degli indagati. Nessuna viene mai incriminata. Si indaga sull’ex marito e sul fidanzato: entrambi hanno alibi solidi e verificati. Si indaga su Nicolino Mohamed, detto Steve, un uomo originario della Somalia che conosce Alessandra perché lei lo accompagna spesso al lavoro in taxi e che proprio in quei giorni si era trasferito a Querce Grossa, esattamente nel vicolo dove il Siena 22 rallenta quella notte. Le coincidenze si accumulano, ma le prove no. Steve muore nel 2006. Nel 2013 il suo corpo viene riesumato per il confronto genetico: il DNA non corrisponde a quello trovato sotto le unghie di Alessandra.
Si indaga su un uomo di Castellina che in casa conserva trentasette armi, una con la matricola abrasa, un dettaglio che vale da solo un arresto, centosettanta ritagli di giornale su morti e sparizioni della zona senese, e fotografie rubate dalle lapidi dei cimiteri locali. Un profilo che inquieta, ma che il DNA esclude dalla scena del crimine. Viene sottoposto a perizia psichiatrica ma i risultati non vengono mai resi pubblici.
Nel 2020 le tecnologie di analisi genetica permettono di estrarre profili più precisi dai campioni conservati da ventitré anni. Il procuratore Nicola Marini riapre formalmente il fascicolo, iscrive due nuovi nomi nel registro degli indagati, ordina i confronti. Esito negativo. Nel 2022 chiede l’archiviazione al Gip. Prima di farlo, si assicura che il reato non vada in prescrizione contestando l’aggravante della crudeltà.
C’è un filo sottile, ambiguo, mai dimostrato, che collega questa storia alla vicenda più oscura della cronaca italiana del dopoguerra. Uno degli indagati è Nicola Fanetti, un artigiano di Castellina il cui terreno si trovava vicino al luogo dove venne ritrovato il taxi. Lo stesso Fanetti aveva un appuntamento, la notte tra il 19 e il 20 agosto del 1993, con Milva Malatesta, una donna trovata carbonizzata con il figlio di tre anni nella sua auto a Barberino Val d’Elsa, in un delitto mai risolto che alcuni investigatori hanno collegato al Mostro di Firenze.
E poi c’è il cognome. Alessandra Vanni. Come Mario Vanni, uno dei cosiddetti “compagni di merende” di Pietro Pacciani, il contadino fiorentino accusato di essere il Mostro e morto prima della sentenza definitiva. Una coincidenza che gli inquirenti registrano e che non porta da nessuna parte, perché Vanni è un cognome diffuso in Toscana e le coincidenze non sono prove.
Mirella Rubboli, la madre di Alessandra, ha passato anni a implorare una riapertura delle indagini, a tenere vivo il nome della figlia contro la tendenza naturale del tempo a coprire tutto di silenzio. Ha portato la foto di Alessandra in ogni apparizione pubblica, come se mostrare il volto di sua figlia potesse convincere qualcuno a parlare. Oggi ha più di ottant’anni. Aspetta ancora.

Il bulbo pilifero trovato sul cordino con cui Alessandra è stata legata appartiene a qualcuno che non è mai stato identificato. È ancora in archivio, in attesa di un confronto che non è ancora avvenuto con la persona giusta. Significa che tecnicamente la verità può ancora emergere. Serve che qualcuno parli o che il DNA giusto venga finalmente confrontato con quel profilo.
Alessandra Vanni oggi avrebbe quasi 58 anni. Invece è ferma a 29, al posto di guida del Siena 22, nella campagna del Chianti, con quel nodo attorno ai polsi che ancora chiede chi sia degno di aprire il libro.