Il delitto dell’ermellino: l’amore che diventa ossessione

Dalla favola di Cortina all’omicidio di Carlo Sacchi: la parabola della contessa che inseguì un sogno fino alla tragedia.

Cernobbio – Pia Caroselli nacque a Sulmona nel 1916, da papà contadino e mamma operaia. La famiglia aveva saputo costruirsi una posizione dignitosa nel tempo, quella piccola agiatezza che consentiva di concedersi qualche lusso: le vacanze a Cortina, i vestiti buoni, la frequentazione di ambienti che odoravano di mondanità. Pia era una ragazza colta, appassionata di poesia e divoratrice di romanzi sentimentali. Sognava una grande storia d’amore.

La trovò, o credette di trovarla, proprio a Cortina, dove a ventidue anni incrociò il conte Lamberto Bellentani. Lui aveva quarant’anni passati, un cognome solido, una fortuna costruita nel settore dei salumi e un carattere complesso: era un uomo che cercava nelle donne qualcosa che assomigliasse alla madre, e quando scoprì che quella giovane che lo aveva colpito si chiamava Pia, lo stesso nome della sua genitrice, rimase quasi sopraffatto. Quella coincidenza lo ossessionò.

I due si persero di vista, poi si ritrovarono per il tramite di un banchiere amico del conte, che riconobbe nella storia di quel fugace incontro la propria nipote. Lamberto chiese la mano di Pia ai suoi genitori. Lei accettò, non per amore, ma per quel desiderio di vivere una pagina da romanzo rosa che portava dentro da sempre. Il 15 luglio 1938 divenne contessa Bellentani.

La favola durò poco. La coppia si trasferì dapprima in Emilia, poi a Cernobbio, sul lago di Como, quando l’Italia entrò in guerra. Le figlie Stefania e Flavia nacquero in quegli anni, ma il matrimonio perse in fretta della sua luce.

Fu a Cernobbio che Pia conobbe Carlo Sacchi, commerciante di seta, già sposato con tre figlie. La moglie, Lilian Willinser, ex ballerina tedesca, era donna di ampie vedute e sopportava senza scomporsi troppo le avventure del marito. Pia, al contrario, si innamorò con la stessa intensità con cui sapeva odiare. Quando capì che per Carlo lei era soltanto l’ennesima parentesi, cominciò a tampinarlo, prima con lettere furiose, poi arrivando a speronare con una motoretta l’automobile di lui mentre era alla guida. Carlo scese dalla macchina più preoccupato per la carrozzeria che per lei e la insultò con parole che Pia non avrebbe più dimenticato.

La sera del 15 settembre 1948 si tenne all’Hotel Villa d’Este una serata mondana con una sfilata della sartoria milanese Biki. Pia aveva mal di testa e fino all’ultimo aveva tentennato sull’andare. Sapeva che avrebbe trovato Carlo e con lui la sua nuova amante, Mimì Guidi. Andò lo stesso.

Quando la festa si avviò verso la conclusione, Pia prese la pistola che il marito teneva nel cappotto e la nascose sotto la stola di ermellino. Tra i calici alzati e gli ultimi giri di danza, si avvicinò a Carlo e gli sparò. Un solo colpo, fatale. Poi puntò l’arma contro sé stessa, ma la pistola si inceppò.

Arrestata sul posto, Pia fu trasferita nel carcere di San Donnino a Como. Disse di aver voluto uccidersi subito dopo, ma che la tracotanza dell’uomo l’aveva fatta agire d’istinto. La perizia psichiatrica la dichiarò incapace di intendere e di volere: finì nel manicomio criminale di Aversa. Il processo si concluse il 12 marzo 1953 con una condanna a dieci anni, poi ridotta in appello a sette anni e dieci mesi. Tre anni li scontò nell’istituto giudiziario di Pozzuoli. Il 23 dicembre 1955 il Presidente della Repubblica le concesse la grazia.

Il conte Bellentani nel frattempo si era trasferito a Montecarlo con le figlie, dove morì nel 1963. Pia tornò prima a Sulmona, poi si stabilì a Roma, dove visse il resto della sua vita lontana dai riflettori.

La pistola con cui sparò a Carlo Sacchi è ancora conservata al Museo criminologico di Roma. Un reperto che racconta, in silenzio, una storia di passione, umiliazione e violenza.