L’unico superstite della strage sulla 106 racconta minacce, debiti e salari mai pagati. La Procura indaga sul sistema che domina la Sibartide.
Cosenza – Sulla statale 106, tra Amendolara e il mare, c’è una stazione di servizio Ip che lunedì mattina si è trasformata in una scena del crimine. Un minivan parcheggiato, la benzina versata all’interno dell’abitacolo, un accendino e le portiere bloccate dall’esterno. Quattro uomini, tre afghani e un pakistano, non sono più usciti. Erano venuti in Italia per raccogliere fragole.
Taj Mohammad Alamyar, afghano, 1991, si è salvato per istinto: ha abbassato il sedile posteriore, è strisciato nel bagagliaio ed è uscito mentre l’abitacolo bruciava. Ha ustioni sulle braccia e sulla schiena. È lui l’unico testimone diretto di ciò che è successo prima, il litigio partito all’alba, i salari mai visti, le minacce, e di ciò che è successo dopo, quando il minivan con cui ogni mattina venivano portati nei campi si è trasformato in una trappola mortale.
I fermati si chiamano Alì e Bat. Pakistani, anche loro braccianti, identificati dagli inquirenti come caporali incaricati di gestire il trasporto e il controllo dei lavoratori. La Procura di Castrovillari li ha arrestati con l’accusa di omicidio plurimo aggravato. Dietro di loro, secondo quanto ricostruito finora, ci sarebbe un certo Kassan: un pakistano che gestirebbe il sistema attraverso l’intimidazione, pistole e coltelli ostentati senza remore davanti a chi prova a ribellarsi.
La storia di quei quattro uomini morti è la storia di molti altri che sono ancora vivi. Erano arrivati in Italia dopo il ritorno dei talebani al potere nell’agosto del 2021, uno dei momenti in cui i flussi migratori dall’Afghanistan sono cresciuti più rapidamente. Il viaggio si paga in anticipo, con denaro che quasi nessuno ha: si contraggono debiti e quei debiti si scontano lavorando. Così chi arriva non è mai davvero libero, nemmeno quando firma un contratto. Il loro era stato firmato il 20 aprile, dopo almeno tre settimane di nero. Prevedeva 45 euro al giorno, come racconta Il Manifesto. Di quei soldi non ne avevano mai visti nemmeno la metà.
Lunedì mattina qualcosa si era rotto definitivamente. Durante il viaggio verso i campi di Scanzano erano volate parole grosse, poi minacce. I due caporali avrebbero persino chiesto un contributo per il carburante. I braccianti si erano rifiutati. Quello che è successo dopo lo raccontano le immagini di un video che circola sui social: una colonna di fumo nero, un mezzo in fiamme, quattro persone moriranno in pochi istanti.
Non era la prima volta che nella zona veniva dato fuoco ai veicoli. Almeno quattordici episodi simili erano stati registrati nei mesi precedenti, sempre sulla fascia ionica tra Cosenza, Matera e Taranto. Mai, però, con esiti letali. Questa volta il messaggio era diverso, più definitivo: una punizione esemplare per chi aveva alzato la voce e un avvertimento per chi avrebbe potuto fare altrettanto.
Il procuratore di Castrovillari Sandro D’Alessio ha annunciato che il rogo di Amendolara sarà il punto di partenza per un’indagine più ampia sul sistema di sfruttamento che governa l’agricoltura della Sibaritide. È un territorio che offre tutto ciò di cui il caporalato ha bisogno: una domanda costante di manodopera stagionale a basso costo, comunità straniere chiuse e vulnerabili e una prossimità geografica alle principali rotte migratorie del Mediterraneo. Il coinvolgimento della ‘ndrangheta è dato per scontato da chi lavora sul campo, sindacalisti, attivisti, ricercatori, ma nessun processo lo ha mai provato in modo definitivo. Il motivo, spiegano gli esperti, è che questo non è un sistema con una testa da tagliare: è una rete capillare, fatta di ruoli intercambiabili e rapporti di forza che si riproducono indipendentemente da chi viene arrestato.
Alì e Bat sono in cella. Ma erano anche loro ingranaggi di qualcosa di più grande, braccianti promossi a controllori, sfruttati chiamati a perpetuare lo sfruttamento. Sfruttatori per un giorno, sfruttati per tutta la vita.