Cinquantun anni fa la sparatoria alla cascina Spiotta interrompeva il sequestro dell’industriale Gancia e segnava il punto di non ritorno della lotta al terrorismo brigatista.
Alessandria – Ci sono date che ridefiniscono i confini di un’epoca, trasformando la cronaca nera in storia di patria. Il 5 giugno 1975 è una di queste. Mentre l’Italia celebrava la Festa dell’Arma dei carabinieri, a Melazzo un drammatico conflitto a fuoco scriveva una delle pagine più dolorose e decisive degli Anni di piombo: la liberazione dell’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia e il sacrificio dei militari che la resero possibile.
Il sequestro dell’industriale dello spumante, orchestrato dalle Brigate Rosse, si concluse tra le colline di Arzello, presso la cascina Spiotta. Quello che doveva essere un controllo di routine da parte dei carabinieri si trasformò rapidamente in un inferno di fuoco e sangue. I terroristi, vistisi scoperti, risposero al controllo con una ferocia inaudita, lanciando anche una bomba a mano contro le forze dell’ordine.
Il bilancio di quello scontro fu drammatico: L’appuntato Giovanni D’Alfonso, 44 anni, padre di tre figli, fu ferito gravemente e morì in ospedale dopo giorni di agonia, sacrificando la propria vita in nome dello Stato. Il tenente Umberto Rocca, comandante della compagnia di Acqui Terme, investito dall’esplosione, riportò mutilazioni permanenti e la perdita di un occhio. Il maresciallo maggiore Rosario Cataffi rimase ferito nel tentativo di arginare la furia dei brigatisti. Nello scontro perse la vita anche Margherita “Mara” Cagol, tra i fondatori storici delle BR e moglie di Renato Curcio.

Quello della cascina Spiotta non fu un semplice episodio di cronaca, ma lo spartiacque definitivo degli Anni di piombo. Da quel 5 giugno, la lotta tra lo Stato e il terrorismo perse ogni residua illusione di mediazione, inaugurando la stagione più dura e sanguinosa del Paese.
Per il loro straordinario coraggio, i tre carabinieri vennero successivamente insigniti della medaglia al Valor Militare. Oggi, a 51 anni di distanza, il ricordo di quel sacrificio resta un monito indelebile sulla pelle della Repubblica: una memoria che il dovere della storia impone di non dimenticare.