CONTRADA SAITTA MUORE

Estrazione selvaggia e depauperamento del territorio nella provincia di Messina

Messina – C’era una volta, non tanto tempo fa, un bellissimo borgo.

Contrada Saitta sorge lungo il torrente Niceto, in provincia di Messina, nel territorio di San Pier Niceto, paese a vocazione agricola. Nei miei ricordi di bambina i luoghi sono rimasti incontaminati: attorno ad un mulino del 600, in verità un po’ diroccato, nascevano rovi di succose more che non avevo paura di cogliere e mangiare, incurante della polvere. Il lento e lieve sciabordio delle acque del torrente fungeva da colonna sonora alla bellezza del luogo i cui terreni producevano frutti rigogliosi.

A vederlo oggi il posto non è proprio lo stesso: il vecchio mulino, o meglio il poco che ne è rimasto, è stato inglobato dalle mura erette a perimetrare un impianto di frantumazione di pietre e minerali (vera e propria cava a cielo aperto), sorto a pochi metri dalle abitazioni su un terreno che dovrebbe essere, almeno in parte, sottoposto a vincolo di inedificabilità, nella fascia di rispetto del demanio fluviale. L’acqua non scorre più lungo il greto del torrente e ha lasciato il posto ad una pista di aeromodellismo.

Ciò nonostante il bacino idrografico del Niceto fosse stato annoverato tra i principali corsi d’acqua dei monti Peloritani, per valore storico e naturalistico.

A completare il quadro l’istallazione, in zona, di alcuni tralicci della Terna, a seguito di una variante progettuale probabilmente giustificata dagli interessi privati di un deputato dell’Ars, le cui proprietà erano state inizialmente interessate dal progetto originario. A nulla sono valse le rimostranze delle associazioni ambientalistiche, da sempre contrarie all’ulteriore inquinamento di quel prezioso territorio. Ha prevalso la volontà di alcuni amministratori locali, che hanno svenduto la salute della popolazione e chiuso un occhio, anzi entrambi, sui vincoli paesaggistici. Già, perché i vincoli esistono, ma, evidentemente, di fronte ai potentati non valgono.

Lecito allora domandarsi se esista davvero una formale autorizzazione per la costruzione di un impianto di frantumazione e di produzione di sabbia a pochi metri dalle abitazioni. E chi abbia, altresì, mai permesso l’interramento di fusti per la raccolta delle acque di scolo delle lavorazioni, che tracimano inquinando i terreni coltivati confinanti. Infine: che fine hanno fatto le acque del torrente e il suo alveo? Forse è ragionevole ipotizzare una deviazione artificiale?

Al di là di tali domande, una certezza. E’ infatti fin troppo facile prevedere cosa succederà quando la natura deciderà di riprendersi ciò che le è stato tolto: allora grideremo al disastro idrogeologico e daremo la colpa a questo o a quello, piangendo le famose lacrime di coccodrillo. Quando ormai sarà troppo tardi.

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