BANCA ETRURIA COME L’ARABA FENICE

Il processo prosegue a singhiozzo tra rinvii e richieste di ulteriori indagini. La situazione è complessa e per i risparmiatori si prevedono nubi fosche.

La Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio S.c., conosciuta semplicemente come Banca Etruria o Bpel, per diversi anni è stato uno degli istituti bancari più conosciuti del Centro Italia. Fondata nel 1882 come Banca Mutua Popolare Aretina, si è discretamente diffusa sul territorio nazionale fino al 2014, anno in cui il Cda diede mandato all’allora presidente Lorenzo Rosi di trasformarla in società per azioni.

Qualcosa, però, non andò per il verso giusto e, nel febbraio del 2015, Banca Etruria venne commissariata dal ministero dell’Economia e delle Finanze. Nel novembre dello stesso anno, grazie al decreto “Salva banche”, in vista dell’efficacia dal 1°gennaio 2016 della procedura di bail-in o salvataggio interno, introdotta in Europa dalla Direttiva Brrd (Bank Recovery and Risolution Directive) e gestita dalla Banca d’Italia, l’istituto aretino venne salvato in extremis insieme a Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti. Una volta rifondato e ricapitalizzato, esso fu ceduto a Ubi Banca.

Lo scandalo Banca Etruria comportò l’azzeramento dei risparmi di una vita per i correntisti, forti perdite per gli azionisti e per i detentori di obbligazioni subordinate e coinvolse direttamente l’allora governo Renzi. Ma cosa è successo esattamente all’interno di questa ingarbugliata matassa di interessi pubblici e privati che ha visto come protagonista una banca strettamente invischiata col Pd, che, a sua volta, ha gestito e voluto il suo salvataggio gettando ombre sull’intero sistema istituzionale italiano? La vicenda è altrimenti nota come il caso Banca Etruria – Boschi per il ruolo della famiglia Boschi all’interno dell’istituto. In particolare di Pierluigi Boschi, membro del Consiglio di amministrazione e, per otto mesi, vicepresidente dell’istituto, nonché padre dell’azionista e del ministro per le Riforme del Governo dell’epoca, Maria Elena Boschi e del program e cost manager Emanuele Boschi.

Diverse sembrerebbero essere state le ingerenze dell’ex ministro nell’affaire Banca Etruria: quando  la Banca d’Italia richiese nel 2014 all’istituto toscano di trovare un gruppo bancario di elevato standing con cui dare vita ad un’ integrazione o aggregazione e l’unica interessata parve la dissestata Banca Popolare di Vicenza, una preoccupata Boschi, accompagnata dall’amico parlamentare Denis Verdini, si diresse a Milano dove espresse i propri timori sulla possibile alleanza al presidente della Consob Giuseppe Vegas. Va detto che Vegas ha specificato che il ministro non avrebbe esercitato pressioni, ma solo esposto una questione. La figlia dell’ex vicepresidente di Bpel incontrò anche l’ex amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, e, secondo quanto riportato da Ferruccio de Bortoli nel suo libro “Poteri forti (o quasi)”, avrebbe fatto pressione per acquisire la banca del padre. La Boschi ha sempre negato, nonostante le conferme dello studio legale di Unicredit.

La deputata toscana non si sarebbe fatta mancare neanche l’incontro con l’ex vicedirettore della Banca d’Italia, Fabio Panetta: anche qui va detto che Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, ha sottolineato, durante le audizioni in Commissione banche, l’assenza di pressioni da parte dell’ex ministro. Sempre Visco ha riferito delle richieste di Matteo Renzi relative ai motivi di un’eventuale fusione con la Popolare di Vicenza a cui il governatore non avrebbe dato risposta per ragioni di riservatezza. Infine, in Commissione, anche l’ex amministratore di Veneto Banca, Vincenzo Consoli, ha raccontato di un incontro avvenuto a casa Boschi con padre e figlia in cui (è la tesi difensiva) quest’ultima non avrebbe partecipato alla conversazione.

Il fascicolo madre sull’inchiesta del crac di Bpel è il 767/16, dal quale sono stati estrapolati tutti i filoni d’indagine che sono poi finiti a processo o sono stati archiviati, tra cui i principali sono: il maxi processo per bancarotta fraudolenta, iniziato il 2 aprile 2019, per 25 amministratori vip che hanno avuto un ruolo all’interno dell’ultimo cda della banca e per il quale si sono costituite parte civile circa 2mila persone; il processo per bancarotta colposa relativo alle consulenze d’oro per 4,5 milioni di euro contestate dalla procura, che vede sul banco degli imputati 14 ex membri dell’ultimo cda, tra cui Pierluigi Boschi, finora mai rinviato a giudizio, e che inizierà il 14 gennaio 2021; la liquidazione di 700 mila euro netti dell’ex direttore generale Luca Bronchi, per il quale la procura ha chiesto il ”non luogo a procedere”, ma il gip Piergiorgio Ponticelli ha deciso per un supplemento di indagini di altri due mesi.

Non è però detto, però, che sarà Ponticelli a decidere, dal momento che lo stesso a fine marzo si trasferirà a Firenze con l’incarico di Gip distrettuale e quindi, se i pubblici ministeri non si affretteranno a concludere il quadro, un altro gip potrebbe prendere il suo posto e scegliere come procedere, soprattutto nei confronti dell’indagato più illustre, Pierluigi Boschi. Il reato ipotizzato per le consulenze d’oro è lo stesso della liquidazione Bronchi: vale quindi il principio secondo cui non si può essere processati due volte per lo stesso reato? Per alcuni esperti sì, ma non tutti concordano. Resta l’incertezza, come pure l’interrogativo sulla fine del processo di Banca Etruria.

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