Franciacorta come la Terra dei Fuochi?

Uno dei tanti esempi irrisolti di grave inquinamento a cui nessuno ha posto rimedio. Mai come in questi frangenti la politica si è dimostrata davvero bipartisan.

Coltivare su terreni inquinati non è sicuro e in molti casi è vietato. Le radici delle piante in genere assorbono metalli pesanti, idrocarburi o altre sostanze chimiche dalla terra per poi immagazzinarli nei frutti e nelle foglie. Ortaggi, frutta e verdura finiscono poi in tavola, con quel che ne deriva.

Ovviamente non è sempre cosi ma quando suolo, sottosuolo e falde acquifere sono contaminate da valeni, per quanto possa fare l’azione filtrante di alcune piante, le sostanze tossiche e nocive, in percentuali variabilissime a seconda delle caratteristiche degli inquinanti, finiscono sugli scaffali di negozi e supermercati.

Chi non conosce le problematiche agricole che insistono sulla cosiddetta Terra dei Fuochi? Ovvero l’area più disgraziata della Campania, equiparata ad una enorme discarica a cielo aperto, che comprende 56 comuni nella provincia di Napoli, 34 Comuni nella provincia di Caserta per un totale di 1.100 chilometri quadrati abitati da circa tre milioni di persone?

L’inquinamento della Terra dei Fuochi ha provocato centinaia di vittime

L’ultimo scempio scoperto dai carabinieri del Noe, coordinati dalla DDA di Napoli, è di qualche giorno fa e riguarda tonnellate di rifiuti delle industrie conserviere della provincia di Salerno, smaltiti di frodo in terreni agricoli poi arati e coltivati.

L’azienda che si occupava dello smaltimento e non solo dei rifiuti tossici è quella che farebbe capo all’ex primo cittadino di Castel Volturno, in provincia di Caserta, Giulio Natale, che adesso risulta indagato con altri 7 individui fra cui numerosi congiunti. I capi d’imputazione vanno dall’inquinamento ambientale all’associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti.

Il Gip del tribunale partenopeo, su istanza della Distrettuale Antimafia, ha emesso a carico di due indagati un provvedimento di divieto temporaneo dell’esercizio dell’attività di impresa e sei divieti di dimora più il sequestro della società per un valore di 1,5 milioni di euro.

Dall’impianto usciva di tutto: residui dell’attività edile, fanghi non trattati, reflui industriali delle aziende conserviere, classificati con documenti falsi come “terreno riciclato” dunque con possibilità di utilizzarlo come fertilizzante per fondi agricoli locali.

Il peggio è che i terreni venivano arati e coltivati, cosi come accade in centinaia di altri siti inquinati, con le gravi conseguenze che ben conosciamo.

Per quanto riguarda la Campania i terreni della Terra dei Fuochi sono stati divisi in diverse classi. I terreni in Classe A sono idonei alla produzione agroalimentare, in quelli di Classe D vige il divieto assoluto di coltivazione e pascolo.

Tonnellate di rifiuti bruciati in Campania

Le analisi eseguite dall’istituto Zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno evidenziano percentuali di irregolarità e contaminazione dei prodotti agricoli ufficiali estremamente basse, ovvero vicine allo zero o intorno allo 0,02% poichè la maggior parte dei terreni agricoli delle superfici in questione non risulta contaminata. C’è da dire però che le sostanze inquinanti, tossiche e nocive, e a seconda delle loro caratteristiche chimiche, avvelenano i terreni con percentuali diverse.

I prodotti agricoli che vanno sui banchi dei mercati generali sono sottoposti a controlli rigidi con test di laboratorio efficienti e sicuri che ne garantiscono la bontà al consumatore. In altre parole i contaminanti quali metalli pesanti e sostanze tossiche presenti su frutta e verdura non superano i limiti di legge. Dunque non sono pericolosi per la salute?

Una cosa è certa: i terreni vicini a siti industriali dismessi, capannoni con sostanze tossiche combuste o discariche abusive, quelle rientranti nelle classi di interdizione, non possono essere sfruttati per l’agricoltura. Purtroppo nella realtà insistono chilometri di terreni, sparsi per l’Italia, che sono stati coltivati (e lo sono tuttora) sopra discariche abusive o a pochi metri da superfici un tempo utilizzate per lo stoccaggio di sostanze nocive che hanno finito con l’inquinare suolo e sottosuolo, acque comprese.

In diverse aree della Terra di Fuochi le coltivazioni sono vietate

E dire che per sfruttare i terreni che si ritengono non idonei all’agricoltura perchè avvelenati esistono soluzioni che possono fare la differenza ma che comportano spese spesso ingenti. Per prima cosa occorre sottoporre i terreni agricoli ad approfondite analisi di laboratorio prima di intraprendere qualsiasi iniziativa agricola onde verificare la presenza effettiva degli inquinanti, la loro tipologia e concentrazione.

Anche nel caso di terreni inquinati una soluzione potrebbe essere quella dei cosiddetti “Cassoni rialzati“(Raised bed), che consiste nella stesura di una barriera (tessuto geotessile) sopra il terreno inquinato che viene riempita di terra pulita proveniente da superfici indenni. Le radici delle piante attecchiranno sulla terra pulita rimanendo distanti da quella contaminata. Questa però rimane una soluzione per aeree inquinate da agenti poco pericolosi e in concentrazioni minime. Oltre che per produzioni modeste di frutta e ortaggi.

Poi c’è la “Fitodepurazione” anche questa in caso di terreni poco inquinati. La tecnica consiste nel mettere a dimora, per diversi anni, piante “bonificatrici” come la Cannabis Sativa a basso tasso di THC (Delta-9-tetraidrocannabinolo) oppure il girasole o la senape che hanno alto potere assorbente e tendono ad immobilizzare i contaminanti.

Dopo il loro utilizzo, a seguito di verifiche di laboratorio, possono impiantarsi altre produzioni agricole mentre le piante utilizzate per la pulizia del sottosuolo debbono essere smaltite come rifiuti nocivi in discariche autorizzate. Va da sè che anche questo metodo non permette produzioni massive e la gestione risulta particolarmente complessa.

La soluzione ottimale rimane sempre la Bonifica formale quando gli agenti inquinanti superano le soglie di legge che in Italia sono regolate dal Testo Unico Ambientale, Decreto legislativo n.152 del 2006. Questa tipologia di intervento è molto costosa ma risolutiva. Ne sanno qualcosa in provincia di Brescia, nelle colline della Franciacorta, dove sono presenti diverse discariche che, negli anni, hanno avvelenato chilometri di territorio a vocazione agrosilvopastorale.

In alto la discarica di Vallosa più in basso le coltivazioni

Diversi terreni contaminati, che ricadono nel territorio del Comune di Passirano, sono stati circoscritti specie quelli che insistono all’interno dell’area della ex discarica di Vallosa, un tempo cava poi adibita allo stoccaggio di sostanze tossiche e nocive come i PCB (policlorobifenili), classe di prodotti chimici sintetici composti da idrocarburi clorurati con 209 varianti.

Sono classificati fra gli inquinanti organici persistenti (POP) a livello globale e cancerogeni certi per l’uomo (Gruppo 1) certificati dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro.

I PCB, dotati di proprietà isolanti e ignifughe, sono stati prodotti a livello industriale dagli anni ’30 fino agli anni 70-80 quando venivano vietati per legge. Diverse fabbriche italiane, prima fra tutte la Caffaro di Brescia, utilizzava i pericolosi componenti per diverse produzioni. Dagli stabilimenti uscivano additivi per oli lubrificanti, inchiostri e ritardanti di fiamma; fluidi dielettrici e refrigeranti in trasformatori e condensatori elettrici, plastificanti per vernici, adesivi e sigillanti. Tutti a base di policlorobifenili.

I residui di questi composti chimici non erano altro che veleni estremamente pericolosi per la salute e per la salubrità dell’ambiente che un recente studio, realizzato dall’Università degli studi dell’Insubria e dall’istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, ha confermato come presenti non solo nel suolo e sottosuolo della discarica ma anche nei terreni circostanti coltivati a vite.

Insomma a mezzo secolo dai primi stoccaggi dei PCB provenienti da Brescia i veleni sono rimasti intatti nei terreni agricoli che circondano la discarica di Vallosa e nei lotti coltivati a vite. Gli agenti inquinanti sono penetrati nel sottosuolo sino a mezzo chilometro dall’area off-limits. La loro concentrazione si aggirerebbe in misura di 45mila volte superiore ai valori soglia.

I piezometri per il controllo delle acque

L’unica cosa positiva, diramata da IrpiMedia, partnership delle due istituzioni scientifiche che hanno operato le verifiche di laboratorio, riguarda le analisi eseguite per la prima volta su sette tipologie di vini. Il risultato è rassicurante: nessuna presenza dei PCB. Dunque è ancora possibile fare un bel brindisi con gli ottimi vini della Franciacorta, una delle eccellenze italiane famose in tutto il mondo, ma occorre tenere gli occhi aperti con controlli frequenti e senza mai abbassare la guardia.

Anche perchè i PCB risultano trasformati in altre sostanze nocive, di cui si sa poco, e che debbono essere attentamente studiate.

Occorre poi effettuare le medesime analisi in altri terreni addirittura mai controllati ma da sempre coltivati a vite. Negli anni, anzi nei decenni, nulla è stato fatto e le prescrizioni comunali sui pericoli della discarica sono rimaste lettera morta. In questa zona del Bresciano l’inquinamento “pesante” è iniziato negli anni ’70 e solo nel 1978 gli abitanti della zona denunciavano miasmi nauseabondi provenire da suolo e sottosuolo, morie di piante e animali da allevamento.

La Caffaro di Brescia sospendeva la produzione nel 1985 ma il danno era fatto. Altro fattore importante, anzi vitale è l’acqua. Intorno alla discarica di Vallosa sono stati installati da anni alcuni piezometri fissi attraverso i quali l’Arpa preleva campioni del prezioso liquido. La contaminazione, come abbiamo detto, si allarga fuori dal perimetro della discarica e sino a 500 metri di raggio per cui l’allerta permane invariata.

Lo stabilimento Caffaro di Brescia

Come abbiamo detto l’unica soluzione per arginare il fenomeno rimane quella della bonifica ma 150 milioni di euro il Comune di Passirano non se li può permettere in proprio. Dovrebbero intervenire Regione Lombardia e Governo centrale ma sino ad oggi nulla di fatto. Sono troppi anche gli 80 milioni che servirebbero per la messa in sicurezza della discarica e che, comunque, non risolverebbe il problema dell’eliminazione degli agenti inquinanti e la possibilità di coltivare in zona con una certa tranquillità.

Dunque quale sarà il destino di Vallosa?

Se si pensa che nelle medesime condizioni di questa vasta area del Bresciano esistono altre aree, in tutta Italia, contaminate da veleni industriali, ce n’è abbastanza per non stare sereni. Taranto, Napoli Bagnoli – Coroglio, Bacino del Fiume Sacco nel Lazio, Gela, Porto Torres, Crotone-Cassano-Cerchiara, Sesto San Giovanni, solo per citare alcune zone rimaste inquinate e mai bonificate.

In Italia esistono ancora montagne di amianto e siti non bonificati

I numeri dell’ISPRA, nel suo quarto report, parlano di 38.556 procedimenti di bonifica. 16mila risultano ancora in corso mentre 22mila sarebbero stati ultimati. In effetti solo il 6% dei grandi siti nazionali risulta sanato da bonifiche generali ma siccome in molti casi la decontaminazione dal punto di vista amministrativo non corrisponde ad una reale bonifica completata non si può avere un quadro esaustivo dell’attuale situazione. Una sola cosa è certa: siamo messi male, forse i peggiori in Europa.

Cosi come è stato per l’amianto, furono avviate centinaia di bonifiche mai concluse, il cui costo ammonta a milioni e milioni di euro di soldi pubblici andati in fumo.

Le aree industriali da ripulire, da Nord a Sud, sono rimaste contaminate e mentre le fibre di asbesto continuano a mietere vittime la politica rimane inerme e guarda a questi disastri con occhio miope. Quando non volta le spalle del tutto.

Altra nota dolente e pericolosissima riguarda il rientro in Italia delle nostre scorie radioattive spedite negli anni a diversi Paesi europei. La data per il rientro del materiale RX era stata fissata per il 2025, poi posticipata al 2040 a seguito di accordi stipulati con la Francia, la nostra pattumiera temporanea preferita, e con il Regno Unito.

A breve l’inquinamento nucleare ci presenterà il conto

Per quell’anno l’Italia dovrà rendere operativo il cosiddetto Deposito Nazionale delle scorie (gestito da Sogin) che, al momento, non è stato nemmeno individuato nonostante esista da qualche anno la Carta Nazionale con le aree idonee CNAI. Aree che dovevano scegliersi previo parere dei cittadini e degli enti locali, a cui mai nessuno ha chiesto nulla.

Dunque che fa il nostro Belpaese al posto di procastinare inutili iniziative e dare appuntamenti farlocchi giocando con la vita dei cittadini? Nulla e a breve saranno dolori.