Da noi, invece, dilagano i rilevatori fasulli che fanno cassa e distribuiscono multe a profusione. Gran parte di questi sono stati spenti ma non basta.
La multa oltre la siepe. Il titolo richiama alla memoria il celebre romanzo “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, scrittrice statunitense, pubblicato nel 1960. E’ la storia dei “Scottsboro Boys”, un gruppo di adolescenti afroamericani accusati ingiustamente di stupro. Il fatto si svolge in Alabama agli inizi degli anni ’30, dove il razzismo era molto diffuso.
L’assonanza è puramente letterale perché oltre la siepe non c’è il buio del razzismo ma un poliziotto travestito da pianta. Sembra una boutade ma è quanto accaduto in un’amena cittadina statunitense, Dunellen nel New Jersey. La polizia locale ha avuto la bizzarra idea di camuffare un poliziotto dietro una siepe per controllare gli automobilisti indisciplinati e, nel caso, comminare una multa.
L’ira funesta della sanzione era rivolta, soprattutto, contro quei guidatori che durante il tragitto si distraevano col cellulare. C’è da registrare che, almeno dal punto di vista degli incassi, la soluzione è stata proficua: 74 multe in 6 ore, un po’ più di 12 all’ora. Mica male come risultato. La prima domanda che sorge spontanea è perché non utilizzare gli autovelox invece di ricorrere a questi stratagemmi”?
In realtà gli autovelox negli Stati Uniti esistono ma sono molto meno diffusi che in Europa e il loro utilizzo varia drasticamente da uno Stato all’altro. Molti Stati e città americane li limitano o li vietano del tutto per motivi legali, costituzionali e culturali, tra cui le accuse di violazione della privacy e l’idea che siano un modo per fare cassa.
Il problema è molto meno banale di quanto possa sembrare. L’autovelox fotografa la targa del veicolo e non chi sta guidando in quel momento. In molti Stati americani la legge richiede la prova certa dell’identità del conducente per emettere una sanzione penale o amministrativa, rendendo difficile multare il proprietario se non era alla guida.
Chi si oppone sostiene che la multa con l’autovelox violi il sesto emendamento della Costituzione (il diritto a “confrontarsi con il proprio accusatore“), poiché la foto è scattata da una macchina e non da un agente in carne e ossa. Diversi Stati (come Texas e Wisconsin) hanno vietato per legge o dichiarato incostituzionali l’uso degli autovelox e delle telecamere ai semafori. Inoltre i programmi di rilevamento automatico sono gestiti in outsourcing da aziende private che trattengono una percentuale sulle multe.

Questo spinge molte comunità a considerarli una tassa nascosta e ingiusta piuttosto che un reale strumento di sicurezza. Infine gli automobilisti americani percepiscono la sorveglianza elettronica di massa come un’intrusione nella vita privata e una limitazione delle libertà personali, esercitando forti pressioni politiche sui governi locali per rimuoverli.
Nel Belpaese, poiché non ci facciamo mancare nulla, ci siamo distinti per gli “autovelox tarocchi”, ossia apparecchi non in regola che hanno comminato sanzioni fasulle. Questo è successo perché per decenni la burocrazia è inciampata sulla differenza tra approvazione e omologazione ministeriale. Si sa che, essendo patria del diritto, l’Italia ci sguazza in questi sofismi giuridici.
Per la cronaca l’approvazione è un’autorizzazione tecnica, mentre l’omologazione è un atto ministeriale senza il quale, come ha stabilito la Corte di Cassazione, le multe sono illegittime. Si spera che il cosiddetto “decreto autovelox” del giugno scorso che definisce le regole uniche per l’omologazione, la taratura e i controlli dei dispositivi di velocità, possa dipanare la matassa e non intasare gli uffici di migliaia di ricorsi.
Intanto c’è da registrare lo spegnimento di centinaia di apparecchi farlocchi disseminati lungo tutto il territorio nazionale. E’ un buon inizio ma non basta. Il rischio da evitare è di disperdersi nelle pastoie della burocrazia e che tutto finisca a “tarallucci e vino”.