Ognuno è libero di scegliere il nome che si reputa più appropriato per il proprio Paese, purché sia una decisione condivisa, aperta e libera. No ai guerrafondai.
E’ proprio vero che la vita è bella perché è varia. Negli ultimi tempi un nuovo trend si sta diffondendo a macchia d’olio: il cambio del nome di uno Stato, all’apparenza una banalità, in realtà non è solo un atto amministrativo. Esso rappresenta, infatti l’identità politica, geografica o storica della comunità che occupa quel territorio.
Spesso deriva da un’etnia (es. Francia dai Franchi), da caratteristiche geografiche (Costa Rica), o celebra figure storiche (Bolivia da Simón Bolívar, il “liberatore” dell’America Latina). D’altronde i nostri avi latini solevano dire “nomen omen” per indicare che il nome prefigura il destino di una persona e, per estensione, di una Nazione.
Per alcuni il nome di uno Stato rappresenta l’essenza dell’essere comunità nazionale, che si identifica con esso e da esso è identificata. E’ la dimostrazione dell’esistenza come popolo. Scorrendo gli Stati che ne hanno deciso il cambio ci si rende conto che sono veramente tanti coloro che sono stati colpiti da questa sorta di “febbre”.
Il cambio del nome, in alcuni casi, cela vecchie cicatrici inferte dal colonialismo o per questioni geopolitiche. I casi sono tanti, tra cui la Turchia che nel 2022 ha gridato ai quattro venti il suo irrefrenabile desiderio di chiamarsi Türkiye, che rispetta i caratteri della lingua turca. Il motivo ufficiale è stato di valorizzare la cultura nazionale ma, sotto sotto, è stato un modo per evitare di confondersi col l’inglese “turkei”, che vuol dire tacchino. Non proprio una bella similitudine!
L’ONU ha ratificato la proposta seduta stante. Poi ci sono casi di lana caprina che, in realtà, placano possibili conflitti tra Stati. La Macedonia del Nord è uno di questi. La Grecia ha reagito sempre con stizza alla dicitura “Repubblica di Macedonia”, in quanto poteva solleticare mire espansionistiche sulla regione greca che ha lo stesso nome.

Ed ecco pronto il colpo di prestigio, come tirar fuori un coniglio dal cilindro. E’ stato aggiunto “del Nord” a Macedonia e si sono salvati capre e cavoli. Poi ci sono motivi meno nobili, ma più sostanziosi, per estendere la promozione turistica di un territorio, di cui il nome è come una carta d’identità. Infatti i Paesi Bassi dal 2020 hanno deciso di non identificarsi con “Olanda” che, di fatto, è una delle 12 Province del Paese, ma con l’intero territorio per una questione di marketing turistico.
La situazione più spinosa, ancora non risolta, è quella dell’India che vuole cambiare il nome in Bharat, che ha origini sanscrite ed antiche. India richiama il colonialismo britannico e, dunque, il nuovo nome avrebbe il significato di essersi finalmente liberati, anche linguisticamente, dallo straniero. Attraverso un compromesso il nome India viene utilizzato in politica internazionale, mentre Bharat per le questioni interne.
Per confondersi le idee ecco i due Congo. Uno, la Repubblica Democratica del Congo, con capitale Brazzaville e l’altra la Repubblica Democratica del Congo, con capitale Kinshasa. Uno dei primi atti del suo secondo mandato del presidente degli USA, Donald Trump, è stato il cambiamento del nome del Golfo del Messico in Golfo d’America, tanto per far capire chi comanda.
L’iniziativa si inserisce nel filone del nazionalismo, uno dei tratti distintivi della politica trumpiana. Ora ognuno è libero di scegliere il nome che si reputa più appropriato per il proprio Paese, purché sia una decisione condivisa, aperta e libera.
A volte, tuttavia, il cambio del nome tocca argomenti ideologici solo per nascondere interessi occulti e guerrafondai che provocano solo sfaceli.