Costantino Russo era diventato da poco collaboratore di giustizia. Nella cella trovata una lettera di scuse alla moglie e ai figli.
Napoli – Costantino Russo, figlio del boss dei Casalesi Giuseppe, detto “Peppe ‘o padrino”, è stato trovato impiccato con dei lacci alla grata della finestra della sua cella nel carcere di Secondigliano. Erede designato di una delle dinastie più potenti della camorra casertana, appena tre settimane prima aveva scelto di tradire il suo mondo e raccontarlo agli inquirenti, diventando collaboratore di giustizia.
A far scattare l’allarme, nella tarda serata di lunedì 3 agosto, sono stati gli agenti della polizia penitenziaria, che hanno aperto la cella e trovato il corpo senza vita. Hanno chiamato immediatamente il 118, ma i sanitari giunti sul posto hanno tentato a lungo di rianimarlo senza successo. La salma è stata sequestrata e messa a disposizione dell’autorità giudiziaria: sul posto il magistrato di turno, il medico legale e la polizia scientifica per i rilievi. Indaga la Squadra Mobile di Napoli e, per gli inquirenti, si tratterebbe di un gesto volontario.
Accanto al corpo, è stata trovata una lettera di saluti e di scuse rivolta alla moglie e ai figli. Nella cella c’era anche un quaderno con gli appunti sulla sua collaborazione con la giustizia, subito sequestrato. Non era il primo tentativo. Già il 17 luglio Russo aveva provato a togliersi la vita con lo stesso metodo, ed era stato messo in sicurezza dallo stesso personale del carcere. Da allora viveva in isolamento, nella sezione riservata ai collaboratori, senza contatti con gli altri detenuti.
La sua morte apre un fronte investigativo delicatissimo. Perché Russo non era un detenuto qualunque. Arrestato il 7 luglio nel blitz di Dia e guardia di finanza coordinato dalla Dda di Napoli, era indicato come il nuovo reggente della fazione Russo-Schiavone: con il padre Giuseppe e gli zii Massimo, Francesco e Corrado dietro le sbarre, sarebbe stato lui a garantire la continuità del gruppo. Una successione generazionale dentro l’impero dei Casalesi, quello dei bar, degli stabilimenti balneari e delle sale scommesse del litorale domizio, con quattordici aziende e beni per due milioni di euro finiti sotto sequestro.
Il 16 luglio, appena nove giorni dopo l’arresto, la svolta che nessuno si aspettava: Costantino aveva deciso di collaborare, di raccontare equilibri, affari e nuove gerarchie di una camorra cresciuta all’ombra di suo padre, fedelissimo di Francesco “Sandokan” Schiavone. Un uomo cresciuto dentro il sistema, pronto a smontarlo dall’interno. Quella voce, oggi, si è spenta in una cella. E con lei, forse, una parte dei segreti che avrebbe dovuto rivelare.