Tra marchi auricolari ricostruiti, registri farmacologici cancellati e controlli veterinari mai eseguiti, l’indagine approda alla fase delle memorie difensive.
Nuoro – Aveva conquistato l’isola con un gesto di straordinaria empatia, salvando dallo sfruttamento di un circo una coppia di cammelli, portati nella sua azienda di Ovodda dove è poi nata la piccola Franzisca. Oggi si ritrova invece coinvolto in un’inchiesta per frodi zootecniche condotta dal sostituto procuratore Sara Ghiani: secondo l’accusa, un bovino inviato dall’azienda facente capo all’indagato a un mattatoio campano è risultato avere nello stomaco il bolo endoruminale di un animale rubato mesi prima a Ozieri e per questo l’allevatore risponde di presunta ricettazione.
Il caso di Ladu è solo una delle diramazioni di un’indagine molto più ampia, che la Procura ha chiuso dopo essere partita nel gennaio dello scorso anno con misure cautelari e il sequestro di 485 bovini. Gli indagati sono in tutto otto e rispondono, a vario titolo, di concorso in falso ideologico, contraffazione e adulterazione di alimenti destinati al commercio, ricettazione e gestione illecita di rifiuti. Il fulcro dell’inchiesta si trova tra Abbasanta e Macomer: secondo gli inquirenti, le credenziali per accedere alla banca dati nazionale e alla ricetta elettronica venivano condivise tra l’amministratore dell’azienda, l’assessore alla guida di un’altra attività e i due amministratori di fatto di quest’ultima società, padre e figlio.
Il meccanismo ricostruito dagli inquirenti prevedeva, da un lato, la creazione di movimenti fittizi di bestiame – come l’attestazione, mai avvenuta nella realtà, del trasferimento di 88 bovini – e dall’altro la cancellazione mirata dei registri informatici relativi ai trattamenti farmacologici. Prima di inviare i capi ai mattatoi, gli indagati avrebbero infatti più volte dichiarato falsamente l’assenza di terapie in corso, mentre gli animali erano in realtà stati trattati con antibiotici come Draxxin Plus o Resflor, sostanze pericolose per l’uomo se non viene rispettato il tempo di sospensione prima della macellazione: per aggirare il blocco informatico dei macelli, la registrazione dei farmaci veniva inserita in ritardo oppure annullata del tutto.
Quando la manipolazione digitale non bastava, secondo l’accusa, si passava a quella fisica, con la richiesta di duplicati delle marche auricolari o il recupero dei boli endoruminali da animali già morti, poi impiantati su capi di provenienza sconosciuta, lo stesso schema contestato nel caso legato a Ladu. Nello stesso filone d’indagine risulta coinvolto anche un giovane allevatore di Ovodda, accusato di aver falsificato i documenti relativi a un bovino, mentre a carico di padre e figlio pesa il ritrovamento, in un loro letamaio, di carcasse e ossa bovine abbandonate senza autorizzazione.
L’inchiesta ha coinvolto anche un profilo istituzionale: è indagato per falso ideologico quello che all’epoca dei fatti era un dirigente medico veterinario dell’Asl di Nuoro, accusato di aver firmato verbali telematici di profilassi per la tubercolosi bovina attestando controlli e letture di microchip su centinaia di capi che in realtà non sarebbero mai stati eseguiti sul campo. Al sequestro iniziale delle aziende è seguito un ulteriore episodio: Matteo Fadda, nominato custode giudiziario del bestiame, avrebbe sottratto e disperso undici dei bovini sequestrati.
Con il deposito delle intercettazioni telefoniche si apre ora una nuova fase: gli indagati e i loro legali avranno venti giorni di tempo per consultare gli atti, presentare memorie difensive o chiedere di essere interrogati, prima che il pubblico ministero formuli l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio.