Trentacinque anni fa l’agguato in cui fu freddato il commerciante che non pagò mai il pizzo. La moglie lo vendicò denunciando: il boss è ancora al 41 bis.
Sessa Aurunca (Caserta) – Ci sono uomini che scelgono di morire in piedi piuttosto che vivere in ginocchio, e il loro sacrificio diventa un seme che germoglia molti anni dopo, quando la comunità trova il coraggio di gridare il loro nome. Alberto Varone era uno di questi. Un piccolo imprenditore di 49 anni, padre di cinque figli, che ogni notte si alzava alle tre per andare a prendere i giornali e distribuirli nelle edicole. Il 24 luglio del 1991, esattamente 35 anni fa, un commando della camorra lo affiancò sulla via Appia e lo crivellò di colpi, uno dei quali in pieno volto, solo perché aveva avuto l’ardire di dire no ai clan.
Alberto era originario di Carano, minuscola frazione di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta. Per non far mancare nulla alla sua famiglia svolgeva due lavori: gestiva un piccolo negozio di mobili in pieno centro, in Viale Trieste, e di notte percorreva chilometri per rifornire di quotidiani le edicole del comune, da Roccamonfina al Garigliano. Un uomo tutto d’un pezzo, che il lavoro l’aveva fatto diventare la sua ragione di vita.
La sua attività faceva gola al clan dei “Muzzoni”, così soprannominati per la bassa statura del capostipite, affiliati alla Nuova Famiglia della camorra campana. Il capoclan Mario Esposito voleva rilevare le sue attività e imporgli il pizzo. Alberto rispose sempre picche, e non si limitò a resistere: sbeffeggiava i camorristi in pubblica piazza, un affronto che l’organizzazione non poteva tollerare. Prima arrivarono le telefonate minatorie, l’insegna spaccata, i colpi sparati nel serbatoio dell’auto. Poi la condanna a morte.
Quella notte gli assassini lo attendevano già da ore in località “Acqua Galena”, tra i comuni di Francolise, Teano e Sessa. Attorno alle quattro del mattino, sulla Statale Appia, gli sbarrarono la strada e aprirono il fuoco con un fucile a canne mozze. Ma Alberto non morì subito. Trasportato all’ospedale di Capua e poi al “Nuovo Pellegrini” di Napoli, resistette fino al primo pomeriggio, il tempo di rivelare alla moglie chi lo aveva ucciso: “Hai visto? Mario ce l’ha fatta”, sussurrò con lo sguardo più che con la voce, riferendosi al boss Esposito.
Per anni sembrò calare il silenzio dell’omertà. Nessuna istituzione ai funerali, nessun trafiletto sui giornali nazionali, e in paese perfino il veleno della calunnia. La vedova, Antonietta Sangermano, provò a portare avanti l’attività insieme al primogenito Giancarlo, ma le minacce non si fermarono: telefonate anonime, un figlio picchiato. Fu allora, sostenuta dal vescovo monsignor Raffaele Nogaro, che Antonietta trovò la forza di denunciare, diventando una delle prime testimoni di giustizia. La sua scelta portò all’arresto del capoclan Mario Esposito nel 1994, ma costrinse l’intera famiglia a lasciare la propria terra e a vivere sotto protezione con nuove identità.

La giustizia arrivò grazie alla sua testimonianza, a quella del figlio e a quella di un collaboratore. La Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere condannò mandanti ed esecutori, con l’ergastolo per Mario Esposito, pena confermata in via definitiva dalla Cassazione. Ancora oggi il boss resta al 41 bis: appena lo scorso dicembre la Suprema Corte ha respinto il suo ricorso, ritenendo persistente la sua pericolosità sociale.
Ma la memoria di Alberto Varone non è rimasta sepolta. A Maiano di Sessa Aurunca sorge il presidio di Libera a lui intitolato, un bene confiscato alla criminalità gestito dalla cooperativa “Al di là dei sogni”, che dal 2008 restituisce dignità e lavoro a persone fragili. Ogni 24 luglio, la comunità che un tempo lo aveva lasciato solo scende in piazza per gridare finalmente il suo nome. La storia dell’uomo che non si piegò è raccontata anche nel libro “La Bestia” del giornalista Raffaele Sardo.