Le strutture di ricovero sono poche e insufficienti e, per di più, manca il personale specialistico. I giovani rifiutano le cure e la situazione peggiora ogni giorno di più.
1 milione di persone in Italia sono “fuori di testa”! Purtroppo l’espressione va intesa in senso letterale e non nell’accezione gergale che significa essere fuori dagli schemi, folle o avere comportamenti bizzarri e sconsiderati. I “fuori di testa” sono proprio quelle persone che hanno problemi seri di salute mentale. Sembra essere scoppiata un’epidemia perché i numeri sono in continua, tragica ascesa.
Si parla di un milione di cittadini in terapia presso strutture di salute mentale sul territorio. Nel 2024 erano solo (si fa per dire) 850 mila. Probabilmente è un numero sottostimato, in quanto chi si rivolge ad un professionista privato, spesso non viene censito. Comunque la richiesta di assistenza è molto forte, mentre si avverte una notevole carenza di personale adeguato.
Per completare il quadro funesto i soldi si riducono sempre di più e si manifestano sostanziali differenze tra le Regioni, ma anche tra aree urbane e periferia. Nel corso della Conferenza nazionale delle sezioni regionali della Società italiana di psichiatria (Sip) tenutasi a Roma il 18 e 19 giugno scorsi, oltre i numeri che esprimono la criticità del fenomeno, è emersa l’utilità di istituire una Conferenza permanente delle Regioni per controllare l’andamento del fenomeno sulle problematiche e i servizi.
Sono in crescita le prestazioni sanitarie distribuite da essi, confermando che l’esigenza di assistenza è assai grande. Così come sono in aumento i ricoveri al Pronto Soccorso e i Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO). Il personale delle strutture pubbliche è sottorganico sia per quanto riguarda i medici che i psicologi e gli infermieri. Ne servirebbero il 30-40% in più per fronteggiare le richieste impennatesi dopo il Covid.

Gli effetti nefasti del perfido virus si fanno ancora sentire. Sulle risorse finanziarie destinate alla salute mentale, meglio stendere un velo pietoso, se si pensa che solo il 3% sono destinale ad essa. Mentre in Francia il 10%, in Germania il 12% e nella Scandinavia il 15%. Il fenomeno non è uniformemente rappresentato sul territorio nazionale. In alcune Regioni, quali Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige, la capacità di valutare i bisogni necessari è molto alta.
Mentre in molte altre Regioni le risposte sono carenti e disomogenee. Il loro coordinamento e la conferenza permanente dovrebbero, quanto meno, monitorare il fenomeno per cercare di dare le soluzioni più adatte. Inoltre c’è da registrare che adolescenti e giovani spesso non si fanno curare rendendo il problema ancora più difficile.
E’ chiaro che solo una capillare prevenzione e la segnalazione in tempo dei disturbi può dare dei segnali positivi, soprattutto per chi si trova nell’età della giovinezza che dovrebbe essere aiutato proprio in questa fase di passaggio verso il mondo adulto. Poi, come è emerso in altri tipi di ricerche, le differenze territoriali sono molto marcate. Sono talmente dirompenti che sembrano rappresentare il volto di 2 Stati diversi. E’ un refrain che sentiamo da decenni ormai, così come da molto tempo soluzioni non se ne trovano o si è incapaci di farlo.
E’ una questione di volontà politica, le criticità sociale non sorgono per colpa del destino cinico e baro. Nell’ambito della salute mentale, ad esempio, le terapie di ultima generazione non sono disponibili in tutte le aeree geografiche. Della serie “Regione che nasci, farmaco che trovi“.