Diesel a due velocità: perché l’Italia sceglie (ancora) la strada delle accise

Mentre il governo prepara un nuovo decreto per riportare il gasolio sotto i 2 euro, il confronto con Madrid mostra quanto pesi la leva fiscale sul conto degli automobilisti italiani.

Chi attraversa il confine tra Francia e Spagna nota subito la differenza: il diesel che in Italia sfiora i 2,18 euro al litro a Madrid si ferma intorno a 1,55 euro. Un divario di circa sessanta centesimi che non dipende dal prezzo internazionale del petrolio, uguale per tutti i Paesi europei, ma dal peso della tassazione nazionale. Le ultime rilevazioni della Commissione europea collocano l’Italia al primo posto nell’Unione per accise sul gasolio, con uno scarto di circa 15 centesimi al litro rispetto alla media dei ventisette Stati membri.

La Spagna, al contrario, applica un carico fiscale fra i più contenuti del continente e mantiene tuttora una riduzione diretta sul prezzo dei carburanti, destinata a scendere gradualmente solo se i mercati internazionali si stabilizzeranno. A completare il quadro contribuisce anche una rete capillare di distributori automatizzati “low cost”, che riducendo i costi di personale comprime ulteriormente il prezzo finale alla pompa.

Proprio questo confronto alimenta una domanda che circola da settimane: perché l’esecutivo interviene quasi sempre abbassando le accise invece di colpire direttamente eventuali margini speculativi lungo la filiera petrolifera? La risposta è insieme tecnica e politica. Ridurre un’imposta è un’operazione che il governo può disporre con un decreto in pochi giorni; dimostrare invece una speculazione vera e propria, cioè un rialzo dei margini industriali o distributivi non giustificato dai costi reali del greggio raffinato, richiederebbe verifiche approfondite di Antitrust e Guardia di Finanza sui bilanci di raffinerie e compagnie petrolifere, con tempi lunghi e un esito tutt’altro che scontato. La componente fiscale, inoltre, è quella più corposa e più immediatamente manovrabile da Roma: agire lì produce un effetto visibile e rapido sul prezzo finale, mentre intervenire sui margini della filiera significherebbe addentrarsi in una zona più difficile da normare senza generare contenziosi o distorsioni di mercato.

È in questo contesto che Palazzo Chigi ha deciso di accelerare, senza attendere il Consiglio dei ministri già calendarizzato per il 4 agosto e giudicato troppo lontano rispetto all’urgenza. Secondo quanto trapelato, la premier Giorgia Meloni avrebbe definito quella scadenza “un’era geologica” di distanza dal problema. Il piano allo studio prevede due passaggi: un primo decreto ministeriale che attinge all’extragettito Iva incassato a giugno per attivare il meccanismo dell’accisa mobile, seguito da un decreto legge con coperture più solide, capace di garantire lo sconto alla pompa fino a circa il 10 agosto. Le simulazioni tecniche parlano di un taglio di circa 24 centesimi al litro sul gasolio e di 6 centesimi sulla benzina, per una durata compresa fra sette e dieci giorni.

I numeri del Ministero delle Imprese confermano l’urgenza dell’intervento: la media nazionale del gasolio in modalità self ha superato i 2,18 euro al litro, con punte oltre 2,25 euro in autostrada, mentre anche la benzina si avvicina alla soglia dei 2 euro. Il Codacons denuncia casi limite ben più gravi, come un distributore milanese arrivato a 2,635 euro al litro per la benzina e un impianto sulla Torino-Piacenza dove il gasolio ha toccato 2,769 euro. Secondo le stime dell’associazione, tra luglio e agosto le famiglie italiane spenderanno complessivamente quasi 11 miliardi di euro in rifornimenti, quasi due miliardi in più rispetto allo stesso periodo del 2025.

A spingere i listini verso l’alto contribuiscono anche le dinamiche geopolitiche. Il governo aveva puntato su una stabilizzazione dei mercati dopo il memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, ma lo scenario non si è concretizzato: le nuove tensioni in Medio Oriente, le minacce degli Houthi nel Mar Rosso e le criticità nello Stretto di Hormuz hanno rimesso pressione sulle quotazioni petrolifere internazionali. I petrolieri avvertono che nei prossimi giorni sono attesi ulteriori aumenti fra 5 e 8 centesimi al litro. Non sfugge, tra i corridoi dell’esecutivo, anche il rischio politico: la rabbia crescente degli automobilisti potrebbe tradursi in un boomerang elettorale, tanto che Meloni avrebbe assicurato al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che le risorse “si troveranno” comunque, senza poter attendere di capire se la corsa dei prezzi si fermerà da sola.

Il nodo resta nelle mani della Ragioneria generale dello Stato. L’extragettito Iva di giugno, circa 190 milioni di euro, è già in gran parte impegnato e non basta a finanziare un intervento consistente; per conoscere con precisione gli incassi legati ai rincari di luglio bisognerà attendere il 10 agosto. Tra le ipotesi allo studio ci sono anche i 9,1 miliardi recuperati tra gennaio e giugno grazie all’allineamento tra sistemi Pos e registratori di cassa, oltre ai proventi Ets e alle sanzioni Antitrust già utilizzati nei precedenti provvedimenti sui carburanti. Circola infine un’ipotesi alternativa, quella di un contributo diretto tra 80 e 100 euro sulla social card “Dedicata a te”, destinato a circa 1,2 milioni di famiglie numerose con Isee fino a 15mila euro.